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Siamo “un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”, ma dateci almeno artisti coraggiosi!

De Gregori si chiede perché il pubblico debba ascoltare lui o un conduttore tv piuttosto che un filosofo. Anche io vorrei vivere in un mondo in cui Luciano Canfora riempie gli stadi...
Siamo “un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”, ma dateci almeno artisti coraggiosi!
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di Emanuele Rizzo

Per me Francesco De Gregori incarna la sinistra dei salotti, che afferma principi generici e innocui senza viverli sulla propria pelle. “Generale” è una canzone poetica e raffinata, che però suona paracula se – quando quell’uniforme ha una connotazione precisa – la si usa per defilarsi ma con la coscienza a posto.

Si chiede perché il pubblico debba ascoltare lui o un conduttore televisivo piuttosto che un filosofo, ma la risposta è insita nella domanda: perché i primi hanno un pubblico. Anche io vorrei vivere in un mondo in cui Luciano Canfora riempie gli stadi e parla a due milioni di follower al giorno, tuttavia se questa sorte è toccata a Ghali è bene che sia lui a veicolare messaggi impegnati.

“Schierarsi oggi è comodo”, ma pensare che ci si lasci abbindolare dal cantante col singolo in uscita è snobismo: il pubblico ha tutti gli strumenti per contestualizzare ogni scelta. In un pezzo in cui dissava Fedez, Marracash distingueva tra cultura e “appropriazione culturale”, accusando il collega di prese di posizione monetizzabili che derogavano alla complessità dell’analisi in cambio di argomentazioni superficiali. La differenza è che lì il colpevole era chi ci provava, qui sembra che il dito sia puntato sugli ascoltatori creduloni che ci cascano.

Chi scrive pensa che sia meglio mai che tardi, perché chi arriva in ritardo rischia di delegittimare le battaglie di chi c’era prima. Ma l’alibi che gli opportunisti forniscono a De Gregori si frantuma davanti al coraggio di chi – come Fiorella Mannoia – si spende non per incassare.

Se fossimo spagnoli avremmo meno necessità di invocare gli appelli dei nostri cantautori, perché Pedro Sanchez interpreta il malumore del popolo e incanala quella rabbia in azioni politiche e dichiarazioni pubbliche forti. In Italia patiamo la pavidità del nostro governo e il senso di impotenza che ne deriva ci porta a implorare l’aiuto di chi riempie gli altri spazi mediatici. Non ci bastano le urla di Iacchetti, ma per un attimo ci confortano perché ci sentiamo capiti.

Nell’VIII canto dell’Inferno, Dante si imbatte in Filippo Argenti. I due avevano un conto in sospeso: si dice che Dante non apprezzasse il modo di cavalcare dell’uomo dannato e che per tale ragione – chiamato a testimoniare in suo favore durante un processo – ne aggravò la posizione. L’Argenti avrebbe poi reagito schiaffeggiandolo pubblicamente. Lungo il suo viaggio nelle profondità degli inferi, il sentimento di vendetta del poeta non era sopito. Egli infatti chiede di poter vedere il nemico immerso nella melma e Virgilio, invece di redarguirlo, lo asseconda. Gli studiosi ci spiegano che quel Dante inedito e vendicativo si rifà al concetto di ira di San Tommaso: nella Summa Theologiae distingueva tra un’ira mala (ingiustificata e gratuita) e un’ira per zelum (motivata da un torto subito).

Siamo un popolo arrabbiato con zelo, orfano di una classe politica che si faccia carico del nostro senso di ingiustizia e ci restituisca una dignità internazionale. I musicisti sono chiamati ad accompagnarci in questo viaggio, arricchendoci con la loro visione del mondo. Siamo “un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”, ma chiediamo almeno che ad intonarle siano artisti coraggiosi.

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