In ‘Libercomunismo’ Brancaccio rimescola le carte ideologiche del Novecento
Dai, diciamolo. Con questo rosso cadmio in copertina, Libercomunismo (Feltrinelli) di Emiliano Brancaccio sembra il Libretto rosso di Mao. Difficile resistere. Anche perché Brancaccio, ordinario di economia politica alla Federico II di Napoli, se n’è inventata una che dovrebbe far discutere: pianificazione collettiva e libertà individuale, i due principi di massima, e opposti, della teoria keynesiana e di quella liberale, possono e devono coesistere per combattere il fallimento dell’attuale (neo)liberismo e di una criminale centralizzazione sempre più ristretta del capitale.
Tralasciamo alcuni punti degli “Appunti per un manifesto” presenti nelle ultime poco più di 160 pagine del volumetto. Quelli in cui questo saggio vive la sua massima e criticabile contraddizione oggettiva. Quelli in cui si fa la solita reprimenda verso l’idea del ritorno “populista” ad una “moneta nazionale” e poi si incita all’ “esproprio collettivo del grande capitale centralizzato” e transnazionale attraverso “quote acquisibili a livello nazionale”. Per carità, Brancaccio è una cima in questo ambito di studi e non possiamo che lustrargli le scarpe. Ma vista l’ardita, stimolante e atipica proposta teorico/pratica meglio mettere subito in chiaro che la solita intemerata sulla “classe lavoratrice maschia, bianca ed eterosessuale” che, spinta verso il basso dal capitalismo selvaggio, ha avuto un “rigurgito razzista, misogino, queerfobico, fanatico, nemico delle libertà”, non si può più leggere. Ed anzi, per una vera lotta tra élite e popolo, è analisi estremamente controproducente. I bisogni di sopravvivenza delle masse impoverite sono identici a quelli delle masse povere in partenza (nonostante il sottinteso del loro voto ai Trump, Meloni, Orban ecc…).
Se in un saggio in cui si torna a parlare di pianificazione collettiva (e di libertà individuale!) ci si mette a fare distinguo morali tra le fila delle masse subalterne, tra le componenti più ipoteticamente progressiste e quelle più autenticamente retrive, meglio tornare a leggere Mister No. Semmai, la grande e condivisibile intuizione di Brancaccio è proprio quella di rimescolare (volente o nolente) le carte ideologiche del Novecento. E non si tratta del tentativo riformista dei fratelli Rosselli o delle paludi bobbiane con prefazione di Renzi. In Libercomunismo lo zenit è il recupero di un’intuizione di Marx: “la legge di tendenza verso la centralizzazione dei capitali in sempre meno mani”. Una dinamica economica contemporanea ineludibile, comprovabile attraverso dati verificati, basata sulla “separazione di fatto tra padronato e proprietà” e che dimostra come oggi “i demiurghi dei consigli d’amministrazione riescono a controllare la totalità del capitale: sia quello che posseggono sia quello che i piccoli risparmiatori gli hanno affidato”. Insomma con sempre più ristrette quote azionarie, sempre meno figure nell’ambito di banche d’affari e megacorp finanziarie centralizzano fino al parossismo il controllo effettivo del capitale (“oltre l’80% del capitale azionario quotato in borsa è controllato da meno dell’1% degli azionisti mondiali”, scrive l’autore).
Posta la tendenza generale si registra una ovvia conseguenza. Liberali e stalinisti, da versanti opposti, hanno fallito con il crollo di due grandi muri: quello di Berlino nel 1989 e quello di Wall Street del 2008. Difficile quindi ricollocare usurpatori e usurpati sulla linea destra/sinistra novecentesca. Facile invece ritrovare una devastante e feroce disparità economica tra un’élite di potere sempre più minuscola apolitica e determinante, e una massa eterogenea sempre più allargata, politicamente confusa, privata di ogni vantaggio materiale dovuto ad un sistema liberaldemocratico in disfacimento, quasi come fossimo tornati ad un ordine aristocratico pre 1789.
Brancaccio sottolinea infatti che “la libertà del capitale sta assaltando tutte le altre libertà fino a corrompere le fondamenta stesse delle democrazie liberali (…) e solo il moderno piano collettivo può salvare le libertà individuali dalla libertà del capitale”. È sul terreno d’incontro tra i fallimenti delle due grandi tradizioni ideologico politiche del Novecento che potrebbe e dovrebbe nascere una nuova spinta aggregativa oltre quella che l’autore definisce “il decadimento della capacità di cognizione della realtà” da parte dei lavoratori più umili come di quelli con mansioni più sofisticate. Quel “non capire più contro chi ribellarsi, né il perché dovremmo”. La tesi è affascinante, “contro intuitiva”, ma affatto improbabile. Basta uscire dal Novecento e riscrivere le nuove fratture che dividono l’alto dal basso. Lavoro immane che può partire anche da qui.
