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Mai pianto tanto come con Il Diavolo veste Prada 2: mi è passata tutta la vita davanti

Lacrime giustificate perché sullo schermo proiettavano delle tragiche esequie: un autentico elogio funebre del giornalismo tradizionale
Mai pianto tanto come con Il Diavolo veste Prada 2: mi è passata tutta la vita davanti
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di Ilaria Muggianu Scano

Mai pianto tanto sulle poltroncine di un multisala. Lacrime giustificate non tanto perché sullo schermo proiettassero un matrimonio sospirato, la conquista di universi paralleli o troni di spade ma delle tragiche esequie, quelle sì: un autentico elogio funebre del giornalismo tradizionale. Durante Il diavolo veste Prada 2 le lacrime sgorgavano copiose perché, come la vecchia pubblicità della crema whisky del Tennessee, mi passava davanti tutta la vita, per lo meno quella da giornalista. O meglio, quella dei miei editori.

Quando, esattamente vent’anni fa, usciva l’originale, con Andy Sachs e la sua ferrea etica del lavoro e dei sentimenti, che non accettava compromessi, mi trovavo a Roma, da poco uscita dal liceo avevo già intervistato i grandi della terra, da Sarah Ferguson ai quasi Papi, e la certezza che il mio primo editore fosse più interessato ai miei numeri in rubrica che al mio talento. Due genitori ex militanti DC con tanti numeri di telefono erano il modo migliore di assecondare la mia vocazione di cacciatrice di storie.

Fuori dal cinema mi avvicinai in libreria e trovai il libro di una ragazza parecchio più grande di me, sconosciuta ma mia conterranea, pensai subito a trovare il modo di intervistarla: era Michela Murgia. Ottenni il suo numero dal vescovo della forania in cui ero stata battezzata. Eravamo pure condiocesane. Quando decisi di fare il salto nel buio e di passare ad altra testata chiesi consiglio e un piccolo aiuto al mio vecchio editore, confidando nei complimenti che sempre mi dispensava sulla scrittura, ma mi liquidò candidamente: “Guarda, se vai all’ultima pagina del giornale X troverai la mail del direttore, contattalo”, che, qualsiasi giornalista lo sa, è un modo per dire “levati dai piedi e vai con Dio”.

Successivamente fui sempre tanto fortunata da incontrare redazioni che prima mi chiedevano un pezzo d’opinione e poi una collaborazione, che in certi casi terminava dopo pochi anni perché per fare giornalismo in Italia occorre il piano B di un altro lavoro. Perché io la mia passione non l’ho mai voluta maltrattare, far passare attraverso il travaglio della disperazione di Andrea Sachs, che ne Il diavolo 2 piange lacrime amare per la sorte sua e di una intera redazione di colleghi finiti sulla strada. Non sono mancati giornali che offrono pubblicazioni dietro pagamento, ma poi si scopre che la redazione sottopagata seleziona senza fiuto per la notizia e al più pubblica gli amici dei cugini. Altre testate che propongono collaborazioni per lunghi periodi ma su pubblicazioni laterali e forse un giorno su quella principale, un po’ come se in farmacia cerchi la Tachipirina e ti rifilano le Zigulì.

Ma la determinazione a raccontare il mondo travalica l’isolamento dentro un nuraghe così come la crisi prostrante di Runway, Chiesa di Miranda Priestly che dagli antichi fasti del potere incondizionato si trova a succhiare nuova linfa da chi non vorrebbe mai e offre sacrifici e libagioni all’algoritmo. Il film è un gioiello inestimabile destinato a scomodare chi è avvezzo alla pirateria o a chi aspetta comodamente di essere raggiunto sul divano di casa, è un capolavoro da cinema: nessuna storia d’amore, le coppie scoppiate non si stuzzicano torturando i bambini ma contendendosi investimenti mozzafiato, le location sono magnifiche quanto il buon cuore dell’inossidabile Nigel e l’impermeabilità di Anne Hathaway all’invecchiamento.

Un solo piccolo neo: no, il giornalismo non morirà mai, ma è destinato a divenire vocazione di chi ha un altro lavoro che possa permettergli di non maltrattarlo con la frustrazione di una ballerina fallita.

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