‘Pisa Depredata’, il report contro il piano urbanistico del Comune: “Obiettivo 100mila abitanti? Bufala per favorire la speculazione immobiliare”
Sono anni che il tema del ritorno ai 100mila abitanti è un mantra per Michele Conti, il sindaco leghista di Pisa. E il recente via libera al nuovo Piano operativo comunale (Poc) è, secondo la Giunta, il passo decisivo per raggiungere questo obiettivo simbolico e politico. Il 23 aprile, dopo due giorni di discussione, il consiglio comunale ha approvato l’adozione del nuovo documento urbanistico. Conti lo ha definito un “passaggio fondamentale”, promettendo una città più verde e attrattiva. Ma per l’opposizione di Diritti in Comune, che ha tentato di sbarrare la strada al piano con oltre 250 emendamenti, il Poc non è che “un vero e proprio sacco della città“, come spiegano nelle 40 pagine di Pisa Depredata. Si tratta di un’inchiesta collettiva frutto del lavoro di attivisti, specialisti e intellettuali, realizzata attraverso l’analisi di atti amministrativi, ricostruzioni di operazioni immobiliari e osservazioni dirette sul territorio. L’obiettivo è documentare la “finanziarizzazione” dell’abitare a Pisa e proporre “un’idea di città basata sui beni comuni anziché sulla speculazione dei grandi fondi immobiliari” che contribuisce ad aumentare il costo della vita rendendo Pisa “inaccessibile a famiglie e studenti”.
“L’idea che grazie alla svendita del patrimonio pubblico, alla sua consegna nelle mani di fondi di investimento e alla trasformazione della città in un grande dormitorio per ricchi Pisa ritorni ai 100mila abitanti è una bufala. La tendenza demografica va in direzione opposta e la speculazione contribuisce solo a desertificare i centri“, commenta a Ilfattoquotidiano.it Luigi Piccioni. È professore associato presso l’Università della Calabria, ma vive a Pisa da 40 anni ed è membro del direttivo della Società italiana di storia ambientale. Secondo Piccioni, una delle figure intellettuali che hanno animato l’inchiesta collettiva, l’obiettivo dei 100mila residenti è “un’argomentazione fasulla”. Un pretesto utilizzato per giustificare nuove cementificazioni che, altrimenti, non avrebbero ragione di esistere in una città che non cresce. “Pisa è ferma a quota 90-91mila abitanti da circa dieci anni e anche quando è cresciuta, dopo il 2007, lo ha fatto quasi esclusivamente per via del massiccio saldo migratorio positivo, dovuto all’arrivo di cittadini stranieri”, prosegue. E nei prossimi anni la situazione non migliorerà, anzi: “Basta analizzare dati e proiezioni Istat. Il crollo delle nascite e le fughe verso i comuni più economici porteranno a una perdita di ulteriori 5mila abitanti entro il 2050. Se la popolazione cala, a chi servono le centinaia di migliaia di metri quadrati di nuovo edificato previste dal Poc?”, si chiede il professore.
L’obiettivo di Pisa Depredata è fornire ai cittadini gli strumenti per opporsi a un modello urbanistico accusato di espellere i residenti per fare spazio a turisti e investitori. Per fare questo, l’inchiesta entra nel merito di alcune operazioni immobiliari, sollevando domande riguardo alle plusvalenze private generate dalla vendita dei beni pubblici. Il caso simbolo è l’ex caserma Artale: acquistata da una società privata per meno di 4 milioni di euro, è stata rivenduta poco dopo a un fondo torinese per oltre 6,5 milioni. Una plusvalenza di 2,6 milioni di euro rimasta in mani private su un immobile che era di proprietà del Demanio. Questo modello di “urbanistica neoliberale” – spiega il report – vede la città non come un insieme di servizi, ma come un portafoglio di “asset” finanziari. “Queste grandi aziende, tramite la cosiddetta rigenerazione, hanno la possibilità di acquistare pezzi di città a prezzi veramente stracciati e lanciare operazioni speculative”, spiega il professore.
L’inchiesta collettiva denuncia una realtà fatta di asfalto, con centinaia di migliaia di metri quadrati di nuove superfici destinate a parcheggi, anche in aree oggi verdi e permeabili, e di interi quartieri che rischiano di essere stravolti. La logica del “bene comune” viene sostituita da quella aziendale, dove l’immobile deve produrre rendita o servire da garanzia per operazioni finanziarie, favorendo spesso l’esternalizzazione a soggetti privati. Non si tratta di casi isolati. Il rapporto elenca una lunga serie di immobili storici che seguono la stessa parabola dell’ex caserma Artale: beni di pregio che, invece di essere rigenerati per scopi sociali, vengono messi “a valore”. Il meccanismo spiegato dal professore è molto semplice: gli immobili pubblici vengono messi in vendita, ma le prime aste vanno deserte. Così il prezzo si abbassa ed è solo a quel punto che spunta un compratore. “È funzionale. Si completa così il processo di svendita. È un meccanismo che coinvolge anche palazzi storici, in pieno centro”, commenta Piccioni.
Inoltre, il dossier dedica un capitolo alla cosiddetta “finanziarizzazione del diritto allo studio“. Pisa, in quanto città universitaria, sta diventando terreno di conquista per i grandi gestori privati dello student housing. Mentre l’edilizia residenziale pubblica per studenti procede a rilento, il report conta oltre 1.300 nuovi posti letto privati in arrivo. Non sono semplici dormitori, specificano gli autori, ma “hotel studenteschi” con canoni mensili inaccessibili per la maggior parte dei fuorisede.
Altro tema analizzato è quello del turismo di massa e del suo impatto sulla pelle dei residenti: l’inchiesta conta 1.827 affitti brevi nel centro storico, registrati sulle principali piattaforme. Una saturazione che sta contribuendo alla desertificazione dei quartieri storici. “Pisa sta seguendo la strada di Firenze“, avverte il professor Piccioni: puntare tutto sull’affitto breve e sulla ricettività alberghiera extra-lusso fa lievitare il costo della vita e dei canoni di locazione ordinari, costringendo le famiglie e i giovani residenti a spostarsi nei comuni dell’hinterland. “Senza considerare che puntare tutto sul turismo è una scommessa rischiosa – prosegue il professore – Come stiamo osservando, è un settore molto sensibile alle crisi geopolitiche. Inoltre, crea lavoratori precari e avvantaggia solo una fascia limitata di popolazione”. Il modello descritto per la Pisa del futuro, dunque, è quello della città “vetrina”, inaccessibile alle famiglie a reddito medio-basso e agli studenti meno abbienti. “È un paradigma che ha già stravolto molte città in Europa. È inevitabile che, proseguendo con questa linea politica, anche Pisa vada incontro allo stesso destino”, conclude.