Il manifesto di Psg-Bayern Monaco: i numeri da record, il divario enorme nei dribbling rispetto alla Serie A
Martedì sera, al Parc des Princes, Psg e Bayern Monaco hanno dato vita a un 5-4 destinato a restare nella storia. Non è stata una semifinale di Champions League come le altre, bensì un manifesto. Il messaggio? Segnare più dell’avversario. Il dato storico è il primo indizio della straordinarietà di quanto è successo: una semifinale così prolifica non si vedeva dai tempi del 6-3 dell’Eintracht Francoforte contro i Rangers nella Coppa dei Campioni 1959-60. Ma soprattutto, mai prima d’ora in una semifinale di una grande competizione europea due squadre avevano segnato almeno quattro gol ciascuna. Era successo solo una volta nei quarti di finale di Champions, 4-4 tra Chelsea e Liverpool nel 2009.
Il match tra Psg e Bayern non è figlio del caos, ma di una volontà precisa. Fin dal primo minuto si è capito che non sarebbe stata una partita come le altre. E infatti non lo è stata. Il rigore di Harry Kane, la risposta di Kvaratskhelia, i colpi di scena firmati Joao Neves e Michael Olise: il primo tempo chiuso sul 3-2 da Dembélé. Ma è nella ripresa che la partita ha assunto contorni quasi irreali. Il PSG vola sul 5-2, sembra finita. E invece no. Il Bayern torna alla carica e segna ancora. Upamecano e Luis Diaz riaprono tutto. L’esito non cambia, vince il Psg, ma resta la sensazione che tutto sarebbe potuto cambiare da un momento all’altro.
Ridurre il match a una “partita pazza”, un’anomalia, sarebbe però un errore. Perché dentro questi nove gol c’è un messaggio chiaro, controcorrente rispetto al calcio contemporaneo. In una stagione in cui i calci piazzati sono diventati fondamentali, gli interventi difensivi vengono celebrati come gol e la rimessa laterale lunga è tornata di moda, questo è stato un gradito promemoria del fatto che segnare semplicemente più gol dell’avversario può essere la chiave per spingere il calcio (italiano e non solo) verso nuovi orizzonti.
E i numeri lo raccontano meglio di qualsiasi retorica. Il Bayern ha completato 17 dribbling, contro una media di 6,2 per partita in Serie A. Il PSG ne ha tentati 28, quasi il doppio rispetto ai 14,4 del campionato italiano. E poi i tocchi in area: 52 per i bavaresi, 20 per i francesi, per un totale di 72, quasi il doppio della media italiana di 43,7 a partita. Non è solo spettacolo, è un altro modo di intendere il calcio: prediligere la ricerca del gol rispetto alla paura di subirlo. Non a caso, le parole degli allenatori suonano come una dichiarazione di intenti. Luis Enrique non ha avuto dubbi: “Alleno da più di 15 anni, ma questa è stata la partita più emozionante da quando siedo in panchina. È importante dimostrare che questo è il modo giusto di giocare a calcio. Certo, come allenatore non sono contento quando subiamo quattro gol, ma sono decisamente più felice di aver fatto un gol in più dell’avversario”.
Dall’altra parte, Vincent Kompany ha sintetizzato il concetto con brutalità: “Abbiamo sofferto, ma siamo stati pericolosi. Di solito subire cinque gol in trasferta in Champions significa essere eliminati, ma le occasioni che abbiamo avuto ci hanno fatto credere persino di poter vincere. Penso che nel calcio di oggi o ci si butta a capofitto nella battaglia o ci si ritira completamente. Le vie di mezzo non funzionano contro giocatori di questo livello”. È qui che sta la lezione: il rifiuto della prudenza come unica strada possibile.
Psg e Bayern, con rispettivamente 43 e 42 gol segnati in questa Champions (prima volta che due squadre hanno segnato più di 40 gol ciascuna in una singola edizione del torneo), hanno dimostrato che si può vincere – o perdere – restando fedeli a un’idea offensiva radicale. Un promemoria prezioso soprattutto per un calcio, italiano e non solo, spesso intrappolato nella paura di commettere errori. Martedì sera due squadre hanno scelto di sbagliare molto pur di creare ancora di più. E così hanno ricordato a tutti perché questo gioco continua a essere il più amato al mondo.