Il mondo FQ

Medici di famiglia al bivio per la riforma ideata da Schillaci: la corsa pasticciata per non fallire gli obiettivi del Pnrr

Potranno essere convenzionati con retribuzione basata anche su obiettivi o assunti dalle Asl e al lavoro nelle Case di comunità. I sindacati: "Inattuale e pericolosa per i pazienti"
Medici di famiglia al bivio per la riforma ideata da Schillaci: la corsa pasticciata per non fallire gli obiettivi del Pnrr
Icona dei commenti Commenti

La riforma della medicina generale pensata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, prevede un doppio binario per i camici bianchi. Da una parte la convenzione, ma profondamente modificata dall’introduzione di nuovi obblighi e di un diverso sistema di retribuzione. Dall’altra la possibilità, su base volontaria, di diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Il decreto Schillaci – la cui bozza è stata presentata dallo stesso ministro il 23 aprile in Conferenza delle Regioni – prova a tenere insieme esigenze diverse: non trasformare subito tutti i medici di famiglia in lavoratori dipendenti e allo stesso tempo rendere operativa la riforma della sanità territoriale, per “non perdere un’occasione storica”. Il rischio è più che concreto, e il governo lo sa e cerca quindi di accelerare in extremis.

La scadenza dei termini dietro l’angolo

La scadenza del Pnrr di fine giugno si avvicina e con il passare delle settimane si concretizza sempre di più la possibilità che gli obiettivi finanziati dal Piano europeo non vengano raggiunti. In questa corsa contro il tempo il rischio è duplice: non aprire affatto le Case di comunità, visti i preoccupanti ritardi accumulati nella loro realizzazione; o aprirle senza che ci sia però il personale necessario a farle funzionare. La riforma di Schillaci punta a intervenire almeno sul secondo punto, ridisegnando il ruolo dei medici di famiglia. Ma i professionisti temono che il sistema non sia in grado di reggere questa trasformazione senza perdere pezzi. I sindacati di categoria parlano di provvedimento “inattuabile e pericoloso per i pazienti”, accusando il governo di non averli coinvolti nella discussione.

I medici di famiglia a un bivio

Il cuore del decreto Schillaci – che potrebbe vedere la luce entro maggio – è il passaggio da un modello centrato sul rapporto individuale medico-paziente a uno organizzato dentro la rete territoriale. I medici di famiglia potranno restare convenzionati, ma con nuovi obblighi: presenza nelle Case di comunità, lavoro in équipe, utilizzo di sistemi digitali e presa in carico strutturata dei pazienti cronici. E con un cambio di calcolo della retribuzione: non più solo legata al numero degli assistiti, ma agli obiettivi raggiunti e alle attività svolte. In alternativa, potranno scegliere la dipendenza, entrando nel Ssn. Le Asl potranno “assumere a tempo indeterminato i medici già operanti nella medicina generale che possiedano anche una specializzazione”. Una soluzione definita selettiva e volontaria, pensata per garantire personale stabile nelle Case di comunità. Ma la realizzazione di queste strutture è in forte ritardo: secondo i dati della Fondazione Gimbe, al 31 dicembre 2025 solo 66 strutture su 1.715 (il 3,9%) risultano pienamente operative, mentre 649 non hanno ancora attivato alcun servizio. E anche tra quelle formalmente aperte, molte non dispongono del personale necessario. Alcune Regioni avanzano più rapidamente, mentre altre restano indietro.

Numeri drammatici e molti vicini alla pensione

Uno scenario che potrebbe portare a centrare gli obiettivi solo parzialmente, certificando un sistema sanitario sempre più frammentato. E sullo sfondo c’è la profonda crisi di organico della medicina generale. Mancano oltre 5.700 medici di base in 18 Regioni. Tra il 2019 e il 2024 il loro numero è calato del 14%, mentre cresce la domanda di assistenza: nel 2025 gli over 65 erano quasi 14,6 milioni e oltre il 77% conviveva con almeno una patologia cronica. Oggi ogni medico segue in media 1.383 pazienti, ben oltre il livello ottimale. E la situazione è destinata a peggiorare anche per la scarsa attrattività della professione: entro il 2028 sono attesi oltre 8mila pensionamenti, a fronte di un numero insufficiente di nuove leve.

La Fimmg sulle barricate

Anche per queste criticità, il decreto ha aperto un fronte sindacale ampio. La posizione più dura è quella della Fimmg, che parla di un provvedimento “inattuabile e pericoloso per i pazienti”. Nel mirino c’è soprattutto il doppio canale con la dipendenza selettiva: secondo la federazione, subordinare l’accesso al lavoro dipendente al possesso della specializzazione rischia di creare una frattura generazionale, escludendo una parte consistente dei medici oggi in attività che non hanno potuto conseguirla. Inoltre, ci sarebbe il rischio di uno svuotamento immediato dell’assistenza di base, soprattutto nelle aree già più fragili, con un aumento degli accessi impropri ai pronto soccorso e una gestione più debole delle cronicità. “Il cittadino perderà il suo medico di famiglia e troverà uno sportello sanitario anonimo”, commenta il sindacato.

La richiesta: “Riforma più graduale”

Meno netta la posizione dello Snami. Non boccia il principio del doppio canale, ma invita a un approccio più prudente: la dipendenza, nelle condizioni attuali, “non è realisticamente percorribile”. Il rischio, spiegano i rappresentanti della sigla, è duplice: da un lato molti giovani non dispongono di un percorso formativo già compatibile con un modello da dipendenti; dall’altro i medici convenzionati, spesso con studi avviati da anni, dovrebbero smantellare la propria organizzazione professionale, con un impatto diretto sull’assistenza nei territori. Lo Snami chiede quindi una riforma più graduale, che rafforzi la rete esistente senza “destrutturare” il sistema attuale.

Il rischio di un assistenza domiciliare scarsa

A completare il quadro si aggiungono le preoccupazioni della federazione Cimo-Fesmed, che rappresenta principalmente i medici ospedalieri e guarda alla riforma da un’altra prospettiva. In questo caso il timore è che l’ingresso dei medici di famiglia nel perimetro della dipendenza pubblica possa innescare una competizione diretta per risorse economiche e percorsi di carriera, già oggi ritenuti insufficienti. Critiche anche riguardo all’organizzazione territoriale: con una rete di Case di comunità poco capillare, l’obbligo di presenza al loro interno potrebbe sottrarre tempo all’assistenza domiciliare e di prossimità, penalizzando in particolare anziani e pazienti fragili che vivono lontano da queste strutture.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione