‘Abitavo a Penny Lane’, il tuffo di Bertoncelli nel decennio d’oro della musica
Prendo in prestito una frase di Roberto Vecchioni (che l’autore d cui parlo dopo probabilmente friggerebbe sulla graticola): “Formidabili quegli anni”. Erano gli anni Settanta e furono – come del resto quelli subito precedenti – un’esplosione di musica (beh, non solo di musica). Ma fu proprio in quegli anni che la musica si prese il posto che le spettava nell’editoria e nelle radio.
Apro una parentesi: restano per me inspiegabili certi movimenti culturali, la loro genesi, la loro produzione di geni, e a me cinefilo vengono alla mente il neorealismo, la commedia all’italiana, il nuovo cinema americano. Chiusa parentesi e torniamo a prima.
Fu in quel periodo che socchiusi dietro di me la porta di casa Beatles (anche se il primo amore non si scorda mai) ed entrai idealmente in altre stanze più o meno colorate, oltre che, materialmente, in una radio libera di estrema sinistra (di cui a breve uscirà la storia). E in questo rito di passaggio chi mi accompagnò? Quel Riccardo Bertoncelli che fu reso famoso alle masse da Francesco Guccini: “Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni. Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate.”
In realtà Bertoncelli non sparava cazzate: diciamo che usava la scimitarra e non il fioretto per passare in rassegna solisti e gruppi, e che non teneva in grandissima considerazione il panorama musicale italiano. Detto questo, ebbe il grande merito (lui ma non solo lui) di far conoscere musiche che fino ad allora a me e ad altri come me erano ignote o quasi.
Perché ne parlo oggi a distanza di cinquant’anni? Perché anche Bertoncelli non ha resistito alla tentazione (ci sono cascato anch’io) di chi è avanti negli anni di scrivere una piccola biografia, piccola perché si ferma all’alba degli anni Ottanta e cioè al riflusso. Abitavo a Penny Lane (chi non ricorda la beatlesiana e malinconica via dei Beatles?) ci fa ripercorrere proprio quel magico decennio, che non fu solo un fiorire di musica e cinema, ma fu anche il decennio dell’impegno di molti giovani. Buona parte dei quali scopriva Robert Wyatt, Brian Eno, Daevid Allen, come i più noti Led Zeppelin e CSN&Y.
Bertoncelli ricorda quel periodo d’oro non usando più la scimitarra di un tempo, ed anzi fustigandosi per averla usata in certi contesti, ma non per questo si priva di giudizi severi. Quello che ne viene fuori, in sottofondo, è anche il panorama di un’Italia ben diversa da quella dei decenni successivi ed abissalmente lontana da quella di oggi. Un’Italia di controcultura, di lotte, di aspirazioni, di voglia/necessità di cambiare. Tutte cose “di cui nei giorni nostri si è persa la memoria”, per citare un altro Francesco.
Un applauso a Riccardo per questo necessario memoir.
