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Padova, lì dove c’era Granze di Camin: come cancellare una frazione per fare spazio ad un mega centro logistico

La struttura sarà realizzata dal gruppo Alì, gigante della grande distribuzione. I terreni coltivati sono stati espropriati a 800 famiglie. Legambiente protesta assieme al Comitato degli abitanti: "Al posto dei campi dovrebbero sorgere due enormi blocchi di capannoni, alcuni alti 12 metri, altri addirittura 36, come un palazzo di sette piani. A due passi da quel che resta del paese”
Padova, lì dove c’era Granze di Camin: come cancellare una frazione per fare spazio ad un mega centro logistico
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“È rimasta solo la merceria di Arianna. Se invito un amico nel mio paese non c’è un bar dove portarlo per un caffè. Non c’è un negozio. Non c’è niente, soltanto quattro case, la chiesa e poi un mare di capannoni. E adesso il nuovo centro logistico si mangerà gli ultimi 15 ettari di terra”. Diego Tono racconta così la sorte di Granze di Camin, frazione di Padova. Sono in tutto 800 abitanti. Ma non è una storia di paese. Non è una vicenda locale. È la trinità della politica italiana: mattone, stampa e grande distribuzione.

Ma andiamo con ordine. Per capire bisogna andarci a Granze, perdersi tra strade disegnate con il righello, perse tra i capannoni. Qui, raccontano, una volta si sentiva odore d’erba, di terra. Ora c’è quel sapore di cemento e gomma. A guardarlo su Google Maps è quasi tutto grigio. E parte del poco verde presto sarà cancellato. Poi ci sono i dati: il Veneto è coperto di capannoni industriali; sono oltre 92mila, quasi uno ogni 50 abitanti. “In questo contesto, Padova ha il primato del consumo del suolo: siamo al 49,6 per cento”, racconta Sandro Ginestri di Legambiente. E Granze di Camin ha, probabilmente, il primato cittadino: “Il 78 per cento della superficie delle frazioni di Camin e Granze è occupato dai capannoni, circa 11 milioni di metri quadrati. Alle aree urbanizzate resta poco più di un milione di metri quadrati. I terreni naturali o agricoli sono meno del 20 per cento”, spiega Mario Squizzato, architetto, chi qui è nato. La sua famiglia, come tante, ha dovuto lasciare la sua vecchia casa perché cacciata via dalle ruspe che avanzavano: “Quando hanno realizzato l’area industriale hanno espropriato circa 800 famiglie, in tutto tremila persone. Molti abitanti hanno ricevuto indennizzi ridicoli. Volevano cancellare perfino il cimitero e la chiesa di San Clemente”. Conclude Squizzato: “Il campo santo e la chiesa cinquecentesca sono rimasti, ma circondati anch’essi dai capannoni e perfino separati da un binario, come a dividere i morti dai vivi”.

Ma adesso sta per arrivare il colpo di grazia: la realizzazione del nuovo colossale centro logistico del gruppo Alì. Parliamo di una società che tra Veneto ed Emilia Romagna controlla fino al 20 per cento della grande distribuzione e conta quasi 120 punti vendita. Un’impresa di famiglia fondata nel 1971 da Francesco Canella, morto pochi anni fa. L’idea di realizzare il nuovo complesso nasce una decina di anni fa. E subito incontra l’opposizione dei comitati degli abitanti che difendono con le unghie e con i denti l’ultimo lembo di campi che rimane.

Pareva che l’operazione fosse destinata ad arenarsi quando nel 2017 a Padova è arrivato il sindaco Sergio Giordani (resterà in carica fino al 2027). Un imprenditore con radici anche nella logistica, nella grande distribuzione e nella produzione di abbigliamento sportivo; un “democristiano” – come si definisce lui – oggi alla guida di una giunta di centrosinistra. Soprattutto un amministratore che aveva fatto una promessa chiara: zero consumo del territorio. E anche per questo, forse, era stato votato. Giordani è amato e odiato per un progetto portato avanti da anni: il tram. Insomma, una rivoluzione dei trasporti che punta a una città più sostenibile.

Ma tutta la narrazione, come si usa dire adesso, d’un tratto si scontra contro due progetti: la costruzione del centro Alì di Granze di Camin, appunto, e il recupero della caserma Romagnoli di Chiesanuova, che durante il Ventennio ospitò un campo di concentramento per slavi deportati dall’Istria e dalla Dalmazia. Due operazioni immobiliari che valgono ognuna più di cinquanta milioni. Due luoghi distanti dieci chilometri che, però, sono uniti in questa storia. Vedremo perché. Una specie di gioco delle tre carte che scambia terreni cementificati e aree verdi.

I due progetti stentano a partire. Da una parte l’opposizione degli abitanti, dall’altra la mancanza di fondi per recuperare la caserma. Ed ecco l’idea dell’amministrazione: la perequazione. Uno dei grimaldelli dell’urbanistica italiana degli ultimi decenni. In pratica: a Granze c’era Alì che voleva edificare nei terreni che avevano destinazione agricola e quindi consumare suolo vergine. A Chiesanuova c’era una vecchia caserma da recuperare. Così i volumi di verde mangiati a Granze sono stati trasferiti dove c’è l’edificio militare. A Granze le ruspe stanno cominciando a lavorare proprio in queste ore, dopo che il Tar nei giorni scorsi ha bocciato il ricorso dei comitati. “Lo hanno respinto senza nemmeno esaminare la questione nel merito. Dicono che non eravamo legittimati a ricorrere perché parte degli iscritti al nostro comitato non abitano nella zona interessata dal progetto”, raccontano gli abitanti. Ora si spera nel Consiglio di Stato.

Ma intanto si comincia a scavare. “A fine cantieri al posto dei campi dovrebbero sorgere due enormi blocchi di capannoni, alcuni alti 12 metri, altri addirittura 36, come un palazzo di sette piani. A due passi da quel che resta del paese”, racconta Legambiente. Il punto è il consumo del suolo: “Il complesso coprirà 15 ettari, l’equivalente di altrettanti campi di calcio. Secondo i nostri calcoli così saranno mangiati 10 ettari di terreno agricolo”. Non basta: “Abbiamo calcolato che il centro porterà in questa zona fino a 500 mezzi al giorno per trasportare il cibo stoccato”. All’altro capo della città c’è la caserma di Chiesanuova, abbandonata da decenni. Un buco nero, che però conserva la memoria di un capitolo terribile della storia italiana: la persecuzione degli slavi. Qui ne furono deportati circa 3.500, vissero in condizioni disumane, un centinaio non fece ritorno a casa. “L’idea di recuperare quell’area per noi è anche condivisibile”, commenta Ginestri. Cosa prevede il progetto? La vecchia struttura sarà in gran parte abbattuta. Due terzi dell’area recuperata, è la promessa, diventeranno parco. L’altro terzo sarà destinato a edificazione. Un’area che, con la nuova stazione del tram, aumenterà sensibilmente valore.

C’è anche un altro nodo da sciogliere: la memoria, appunto. Alby Venier ha un timore: “Una pagina oscura della storia italiana verrà assorbito e neutralizzato dentro un progetto di trasformazione urbanistica presentato come riqualificazione, social housing e rigenerazione. Ma qui non siamo davanti a una banale operazione edilizia. Qui siamo davanti a una rimozione materiale e simbolica della memoria di quei poveri deportati dal Fascismo”. E qui l’operazione tira i fili di tutto il potere padovano. E racconta tanto anche del cemento in Italia. Come si è detto il verde di Granze viene ‘trasferito’ sulla carta a Chiesanuova. Ma vaglielo tu a spiegare agli abitanti dell’ex paesino di campagna. Non solo: il Comune, in soldoni, sostiene che il denaro ricavato dagli oneri di urbanizzazione di Granze sarà investito per recuperare la caserma. Queste due manovre hanno permesso di forzare le norme urbanistiche che impedivano di mangiarsi altro suolo.

Ma ci sono altri nodi da chiarire. I soldi, tanto per cominciare. “Il Comune – raccontano dal Comitato degli abitanti di Granze di Camin – aveva esordito dicendo che Alì avrebbe dovuto pagare 4 milioni di oneri di urbanizzazione. Poi, di fronte alle proteste, si è saliti a più di 7. Ma, secondo i calcoli degli esperti che abbiamo interpellato dovrebbero esserne pagati 18, perché grazie alla trasformazione dell’area da agricola a industriale il valore tocca i 30 milioni”. Non basta: a Granze di quel tesoro resterebbero gli spiccioli. Antonio Bressa, assessore alle Attività produttive, ma anche al Verde, risponde: “La memoria dei luoghi sarà preservata. Pensiamo di salvare gli edifici destinati a campo di concentramento e di inserirli nel parco. Resta un ettaro che sarà destinato a social housing, l’area dovrebbe essere acquisita da un fondo di cui potrebbe far parte Cassa Depositi e Prestiti. Insomma, non hanno scopo speculativo”. Ma quella cifra pagata da Alì come oneri di urbanizzazione per l’area di Granze? Prima 4 milioni, poi 7,5, mentre i comitati dicono che dovrebbero essere 18… “Noi abbiamo chiesto una perizia indipendente ai massimi esperti del settore e ci hanno detto che la cifra corretta era questa”.

Ma ci sono altri punti che meritano di essere chiariti. Pur di dare via libera all’operazione la giunta Giordani ha rischiato di cadere. Le cronache del maggio 2024 ricordano che il giorno del voto si registrarono 15 favorevoli, 12 contrari e 5 astenuti. La maggioranza si spaccò, diversi consiglieri civici e del Pd votarono contro o si astennero. Lega e Fratelli d’Italia votarono contro. Il progetto di Granze di Camin – insieme con la giunta – sono sopravvissuti soltanto grazie all’astensione di una fetta dell’opposizione. Insomma, Giordani e parte della sua maggioranza tenevano molto al complesso Alì, tanto da giocarsi il loro futuro politico. Per capire forse le ragioni bisogna quindi completare l’affresco del potere padovano.

Il gruppo Alì è un colosso cittadino. Grazie all’operazione, è stato dichiarato, i punti vendita potrebbero salire fin quasi a duecento. Un’operazione per un valore tra i 50 e i 100 milioni che, secondo i vertici della società, è occasione di grande sviluppo. Ma che, secondo altri, potrebbe invece garantire una straordinaria valorizzazione in vista della cessione a un grande gruppo nazionale. Si vedrà. Di sicuro per il gruppo Alì è un affare. E a Padova la famiglia Canella conta molto. Certo, c’è la fama di filantropo del capostitipite. Ma non solo: i Canella pesano moltissimo nell’opinione pubblica anche perché nel 2023 sono entrati nell’azionariato del gruppo Nem. La Nord Est Multimedia controlla alcuni tra i principali quotidiani locali: Il Mattino di Padova, La Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso, Il Corriere delle Alpi e il sito Il Nord Est.

Non basta. Le storie professionali del sindaco imprenditore Giordani e della famiglia Canella si sono incrociate più volte. Giordani, non ancora sceso in politica, fino al 2012 era vice presidente del Consiglio di amministrazione della Petrarca srl – un’impresa che si occupava di immobili e costruzioni – quando Francesco Canella era presidente. C’è poi un’altra società, Trops, di cui Giordani è socio. Trops ha rapporti economici con il gruppo Alì che gli affitta locali e spazi commerciali.

Niente di illegale, ma certo una questione di opportunità. Il Fatto ha chiesto ripetutamente a Giordani di parlare dell’operazione di Granze e dei suoi rapporti con il gruppo Alì. Il sindaco di Padova ha preferito non rispondere di persona alle domande e si è affidato a un comunicato: “Un Sindaco deve sempre fare del suo meglio per contemperare interessi diversi con equilibrio, in questo caso coniugando il valore fondamentale dell’ambiente a quello non certo trascurabile del lavoro. Parliamo – prosegue Giordani – della più grande e storica azienda con sede a Padova che dà lavoro ad oltre 4500 persone e che poteva valutare di abbandonare la città. Per legge il Comune non poteva sottrarsi dall’affrontare tale richiesta, pur con i suoi paletti e le sue condizioni. Comunque con il piano degli interventi del 2023 abbiamo aumentato la superficie agricola in città di 330 ettari”. Impossibile chiedergli a voce se fosse proprio necessario questo ‘baratto’ tra Granze e Chiesanuova, spostando verde e cemento sulla cartina, ma anche nella vita delle persone.

E le questioni economiche che hanno visto incrociarsi il percorso di Giordani con quello di Alì? “Né io, né la società Trops abbiamo alcuna commistione societaria o di interesse commerciale né di nessun altro tipo con Alì. I rapporti di Trops con Alì si limitano al pagamento di un affitto alla stessa per due punti vendita”. Ma c’è anche la questione della presenza di Giordani e Canella nella stessa società, la Petrarca, fino al 2012. A questo, però, il comunicato del Sindaco non risponde. Nemmeno alla domanda del cronista se sia vero che Giordani ha lasciato gli incarichi in Trops poco prima del voto in Consiglio Comunale sull’operazione immobiliare di Alì.

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