Leonardo Maria Del Vecchio rimette in moto l’eredità del padre e le partecipazioni chiave per il Paese. Ma non lo comunica
Leonardo Maria Del Vecchio ce l’ha fatta. Il quartogenito del fondatore di Luxottica noto al grande pubblico per la sua recente performance televisiva nel salotto di Lilli Gruber, potrà rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola in Delfin, la holding di famiglia che, oltre alle attività core negli occhiali, negli immobili e al 2,7% di Unicredit, è il secondo azionista delle Assicurazioni Generali con il 10,05% e, con il 17,5%, il primo del Monte dei Paschi di Siena, che a sua volta è in testa all’azionariato del gruppo di Trieste. Il quale, va ricordato, è il più importante polo finanziario del Paese che nel 2025 ha raggiunto quota 900 miliardi di euro di asset in gestione ed è proprietario di un pregevole patrimonio immobiliare che fa gola a molti. Oltre ad essere tra i principali finanziatori dello Stato italiano con 35,5 miliardi di euro di titoli di debito pubblico in pancia a fine 2025.
Tutti elementi che fanno dell’operazione Del Vecchio un evento chiave negli equilibri del potere finanziario italiano che, in questi anni di governo Meloni, si è spostato decisamente su Roma. Anche per quanto riguarda le scelte di comunicazione. La mossa di Leonardino dal Granducato di Lussemburgo smuove le acque dell’eredità Del Vecchio che sono impantanate dalle morte del fondatore avvenuta nel 2022, con le chiavi della cassaforte nelle mani dell’ultimo manager del patriarca, Francesco Milleri. Tuttavia, almeno sulla carta, non sarà definitiva, visto che con le quote dei fratelli il delfino avrà “solo” il 37,5% del capitale di Delfin: quindi primo azionista ma non in maggioranza, mentre per le decisioni importanti occorre per statuto il via libera della maggioranza qualificata dei soci. Senza contare il peso del debito che il giovane Del Vecchio si accollerà per arrivare in vetta. Nei giorni scorsi si è parlato, senza che siano arrivate smentite, di 11 miliardi di euro in arrivo da un pool composto da Credit Agricole, Bnp Paribas e Unicredit. La prima è il primo azionista della Bpm, il cui voto all’ultima assemblea del Montepaschi è stato fondamentale per definire il controllo della banca senese. Unicredit invece è il terzo socio non disinteressato delle Generali. Ma non è dato di sapere a quali condizioni sarà erogato il finanziamento, né se siano state previste delle garanzie a valere direttamente sui titoli Delfin e/o, a cascata, sulle sue partecipate quotate in Borsa.
A dire la verità non è neanche certo il prestito e meno che mai il suo ammontare, anche se il valore delle due quote si aggira sui 10 miliardi. Ma non è ufficiale. Così come non è ufficiale il via libera dei soci di Delfin, con due voti contrari su otto, alla scalata di Leonardo Maria e, con un solo voto contrario, alla cancellazione dell’attuale soglia del 10% per la distribuzione dei dividendi da parte della holding, che dovrebbe agevolare non poco la posizione del giovane Del Vecchio nei confronti dei suoi finanziatori. Eppure il diavolo sta nei dettagli. Ma i portavoce tacciono o rimandano alle “notizie già uscite”. Insomma, un tema così delicato, per i suoi potenziali risvolti sul Paese, è stato affidato a non meglio precisate e approssimative “fonti finanziarie” battute dalle agenzie di stampa, che è l’ultima moda della comunicazione di Borsa. Bando ai comunicati e alle conferme o smentite e via con le veline sottobanco. Così fino all’ultimo momento si può giocare con le carte coperte. Manco fosse una bisca.