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NBA Freestyle | Wembanyama fa la storia, poi domina all’esordio ai playoff. Pistons, dopo Cunningham c’è il nulla

Pensieri in libertà (con libertà di pensiero) sulla settimana NBA | In gara 1 il francese ha segnato 35 punti con 5 su 6 da oltre l’arco: è stato eletto Difensore dell'anno all'unanimità. Non era mai successo
NBA Freestyle | Wembanyama fa la storia, poi domina all’esordio ai playoff. Pistons, dopo Cunningham c’è il nulla
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Wembanyama: perché è il Difensore dell’anno (e del prossimo decennio)?

La sua prima partita di playoff in carriera è stata un’apoteosi di “non posso crederci che lo abbia fatto davvero”, “ma ha seriamente ha virato in palleggio dal centro area con quella velocità?”, “quel tiro dall’angolo cadendo all’indietro sarebbe stato difficile anche per Tracy McGrady!”. In gara 1, Victor Wembanyama ha scritto 35 punti con 5 su 6 da oltre l’arco. Praticamente potrebbe essere stato, senza destare sospetto alcuno, il tabellino finale di una partita di playoff tipo di Steve Nash, tanto per volare basso. Solo che questo qui è alto quasi quanto Gheorghe Muresan e tocca il ferro senza nemmeno saltare. Poi si è infortunato per un colpo alla testa. Poi il premio, tra i più meritati di sempre, di Difensore dell’Anno. Votato all’unanimità. Un record. Mai accaduto.

Ma se pensate che siano solo le stoppate a determinare lo strapotere difensivo della stella di San Antonio, state guardando solo una parte del quadro. Sono i movimenti in aiuto dal lato debole. È la capacità di scivolare lateralmente su un cambio dopo un pick and roll centrale. È l’abilità di fare aiuto e recupero, mantenendo sempre un angolo difensivo sostenibile rispetto alla corsa dell’attaccante. È la voglia di non mollare sul primo palleggio del proprio avversario. È l’impatto sulla mente dell’attaccante, intimorito al sol pensiero di mettere un alluce in area. Queste le caratteristiche che fanno del francese un difensore clamoroso, epocale, implacabile. Al di là dei premi, del numero delle stoppate e dei cotillon. Un fenomeno senza paragoni.

Scoot Hendersen, talento ancora un po’ grezzo

A un certo punto, ormai tre anni orsono, ci fu un vero dilemma: chi prendere alla numero uno del Draft, il francese di 2.28 o questa sorta di Derrick Rose con i muscoli alla Desmond Bane? Fortunatamente a scegliere per primi furono i San Antonio Spurs, noti per l’insana abilità di scovare vere e proprie pepite d’oro anche al secondo giro, quando tutti ormai sonnecchiano sul divano con la bolla al naso. Figuratevi se sprecavano la prima scelta proprio l’anno in cui era disponibile un giocatore destinato a cambiare per sempre la storia del gioco. Henderson andò a Portland con la terza scelta assoluta. E, complici anche ripetuti guai fisici, l’ex guardia della Carlton J- Kell High School sta ancora cercando la propria strada. Nelle prime due partite di playoff contro gli Spurs, non se la sta cavando male. In gara 2, ha chiuso addirittura con 31 punti (ma zero assist…), guidando la vittoria dei Trail Blazers contro una San Antonio orfana di Wembanyama (solo 12 minuti).

Il tema è lo stile di gioco di Scoot Henderson. Un po’ un solista senz’anima. Un po’ estraneo dal flusso di gioco. Anche se con punti nelle mani e buona capacità di trovare la via dal canestro in modalità on the ball. Non male il tiro dalla media dal palleggio, soprattutto dai lati. I problemi vengono quando si trova a dover coinvolgere i compagni, a creare per gli altri. Quando passa la palla, sembrano gli stiano staccando un braccio. In più, non è preciso da fuori (34,3% in carriera), il che rende piuttosto agevole al difensore coprirsi sul suo primo passo e concedergli il tiro. Insomma, lavori in corso. Tuttavia, si può giurare che non è destinato a cambiare le sorti di questo gioco.

Ai Pistons manca un secondo creator

Sono 1-1 contro gli Orlando Magic, avversario per loro piuttosto ostico dal punto di vista degli accoppiamenti. Sono guidati da un Cade Cunningham in versione superstar ormai da un’intera stagione (39 punti in gara 2), forse non un tiratore per cui stropicciarsi gli occhi, ma un giocatore che sa creare per sé e per gli altri in maniera divina. Il problema? Per quanto riguarda la creazione del gioco, dopo di lui il vuoto. Ma non un vuoto così, tanto per dire. Un vuoto davvero cosmico. Harris non è la risposta giusta. Nel picco di carriera non era affatto male come terzo o quarto violino, ma non ha mai brillato per capacità di coinvolgere i compagni.

Ausar Thompson è un doberman difensivo di rara efficacia, ma in attacco siamo ancora all’abc. Jalen Duren è realizzatore interno solido, molto migliorato, feroce in difesa e a rimbalzo. Ma palla in mano, diciamo, non è propriamente la nuova versione di Draymond Green. Per non parlare di Duncan Robinson, che da fuori è in grado di incendiare le retine come pochi; tuttavia, mettere palla a terra non è decisamente la sua principale velleità. Insomma, i Pistons hanno dominato la stagione regolare a Est, ma spesso i playoff sono un altro sport. Rischiano di andare in confusione contro i Magic. Cunningham non può avere le spalle talmente larghe da inventare un attacco in solitaria per un’intera serie di playoff. Si vedrà.

That’s all Folks!
Alla prossima settimana.

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