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Giornata mondiale per gli Animali da laboratorio: è ancora una sofferenza necessaria o esistono altre strade?

Nuove tecnologie potrebbero sostituire le cavie: a che punto siamo con la ricerca dei NAMs
Giornata mondiale per gli Animali da laboratorio: è ancora una sofferenza necessaria o esistono altre strade?
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Vengono confinati, immobilizzati, costretti a iniezioni e inalazioni potenzialmente letali. Alla fine dei test i superstiti vengono comunque uccisi. La Giornata mondiale per gli Animali da Laboratorio vuole rammentare proprio questo: come “le cavie” sopportino di tutto per il solo peccato di non essere nati esseri umani. Istituita nel 1979, questa Giornata funge da catalizzatore per i movimenti sociali che intendono mettere fine alle sofferenze animali. E oggi 24 aprile le cifre di animali usati per la sperimentazione – e morti in nome della scienza – sono più vivide che mai: più di 100 milioni nel mondo, oltre 9 milioni in Europa e circa 400 mila in Italia. E malgrado possano apparire solo numeri agghiaccianti è importante sottolineare che si parla di vite sottratte al naturale ciclo della natura, sacrificate perché utili alla causa umana.

In tempi remoti, quando ancora la scienza era ai primi vagiti e della tecnologia non era stato inventato nemmeno il termine, gli animali rappresentavano l’unica possibilità per avere dei dati statistici sulla realtà. Ma davvero il progresso scientifico attuale è dovuto alla scelta di utilizzare gli animali come cavie? E quanto invece di questa scelta ha rappresentato più un fallimento che una conquista?

La Specialista in medicina interna e presidente O.S.A – Oltre la Sperimentazione AnimaleMaria Concetta Digiacomo ha spiegato, in un intervista fatta per LAV, tutti i paradossi della sperimentazione animale. Innanzitutto ha messo in evidenza come i farmaci testati sugli animali in una fase “preclinica” vengono nel 90-95% dei casi cestinati: questo perché ciò che aveva funzionato sull’animale era risultato fallimentare sull’essere umano.

La sofferenza inutile inferta all’animale ha contestualmente rallentato un’efficace ricerca scientifica adatta per l’essere umano. Digiacomo ha in questo senso citato un esempio calzante come il vaccino per l’HIV: “I farmaci, come l’AZT, utili contro l’HIV, si sono ottenuti solo grazie alla sperimentazione condotta sull’uomo. Per decenni si sono utilizzati i primati non umani alla ricerca spasmodica di un vaccino ma qualsiasi risultato, sia terapeutico che preventivo, non ha avuto riscontro sull’essere umano”.

Dove indirizzare la ricerca dunque? Senz’altro l’utilizzo di esseri umani volontari sani non è una soluzione perché, come dimostrato dalle alte percentuali di “fallimento” di un farmaco, andrebbero incontro a gravissimi effetti avversi. L’ideale sono le metodologie alternative, i cosiddetti NAMs New Approach Methods – che si sono dimostrati di gran lunga più efficaci dei modelli animali nel predire le risposte umane. Nello specifico si fa riferimento a una vasta gamma di tecnologie: scansioni che possono rivelare i processi in vivo negli esseri umani, tessuti che possono essere ricostruiti in vitro a partire dai singoli tipi cellulari, cellule staminali pluripotenti e così via.

Sulla base di una nuova consapevolezza – non solo utilitaristica ma per molti versi anche anti-specista – il quadro normativo sta gradualmente tracciando nuove linee di condotta. È il caso dell’ EMAAgenzia europea per i medicinali – che a marzo 2026 ha avviato una consultazione pubblica – attiva fino al 12 maggio – per sostituire i gruppi di controllo animali con “comparatori virtuali” o modelli informatici, o del bando Horizon Europe che finanzia fino al 2027 le ricerche sui NAMs. Piccoli passi dunque per un mondo che riconosce a tutte le vite la stessa dignità.

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