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Ungheria chiama Europa: con Magyar presidente festeggia anche Bruxelles, Trump e Putin perdono il loro cavallo di Troia

Il 12 aprile, nelle stanze del potere comunitario, era da tempo visto come una data cruciale per il futuro dell’Ue. Una conferma di Orban avrebbe allontanato, forse definitivamente, il paese dall'Europa
Ungheria chiama Europa: con Magyar presidente festeggia anche Bruxelles, Trump e Putin perdono il loro cavallo di Troia
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Budapest chiama, Bruxelles risponde. Perché la vittoria di Magyar e la fine dell’era Orban hanno un peso specifico enorme negli equilibri e nella possibile, ritrovata unità dell’Unione Europea e, in senso lato, dell’europeismo e di chi non vuole smettere di sostenere l’Ucraina. Dopo la sconfitta del sovranismo magiaro, del resto, l’Ue si risveglia nuovamente a 27. Si ritrova più forte, ancor più lontana dall’America di Donald Trump. Rimasta in silenzio negli ultimi giorni, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, nemico numero uno del premier ungherese uscente, ha affidato ad una riga, su X, la sua gioia silenziosa: “Stasera il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria”.

Il 12 aprile, nelle stanze del potere comunitario, era da tempo visto come una data cruciale per il futuro dell’Europa. Una conferma di Orban avrebbe allontanato, forse definitivamente, l’Ungheria da Bruxelles. I veti di Budapest, negli ultimi mesi, erano accresciuti in numero ed importanza, raggiungendo l’apice nel “no” al prestito da 90 miliardi per Kiev, nonostante lo stesso Orban lo avesse concordato nel Consiglio europeo di dicembre. La pazienza dei leader europei stava raggiungendo un punto di non ritorno. Non è un caso che tra i primissimi leader a chiamare Magyar per congratularsi per la sua vittoria sia stato il presidente francese Emmanuel Macron. “L’Ungheria ha deciso, collaboriamo per Europa forte e soprattutto unita”, ha rimarcato su X il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Le implicazioni della sconfitta di Orban sono molteplici e toccano diversi aspetti. I vertici Ue, già dalle prossime ore, torneranno a premere sull’acceleratore per attuare la prima tranche del prestito a Kiev. Il via libera politico potrebbe a questo punto arrivare già al Consiglio europeo formale di Cipro il 23 e 24 aprile. Il veto, in realtà, finora non è stato solo dell’Ungheria ma anche della Slovacchia. Ma a Bruxelles sono da tempo convinti che con l’addio di Orban il potere contrattuale dello slovacco Robert Fico – così come quello del ceco Andrej Babis – sia destinato a ridimensionarsi. La sconfitta di Orban toglie dal tavolo anche il più chiaro ostacolo interno all’Ue all’Allargamento all’Ucraina, così come la possibilità, per i 27, di proseguire sulla strada delle sanzioni. La sconfitta di Orban è anche la sconfitta di Vladimir Putin, che negli ultimi anni ha reso Budapest un proxy di Mosca, sfruttando il suo fedele alleato magiaro anche per entrare nelle stanze del potere europeo.

Ma c’è un altro sconfitto, sulle rive del Danubio. È Donald Trump. il presidente americano si è speso fino all’ultimo per il suo fedelissimo. JD Vance è perfino volato a Budapest per dare l’ultima, disperata volata, al premier uscente. Non è bastato. L’Ungheria, come spiegava a urne ancora aperte il ministro della Difesa belga Theo Francken, ha dimostrato una volta ancora come i Maga siano più un peso che un vantaggio per i partiti che sostengono il movimento trumpiano. “E’ un’altra sconfitta per i nemici dell’Europa”, ha sottolineato il capodelegazione del Pd Nicola Zingaretti, secondo il quale “l’antieuropeismo di Meloni e Salvini è sempre più isolato”. Di certo, dopo le avvisaglie emerse alle elezioni in Olanda e Danimarca, l’Ungheria potrebbe preannunciare un cambio di passo per i partiti filo-Ue, rimpicciolendo, per la prima volta da anni, la forza dei sovranisti nel Vecchio Continente e arginando anche il potere di manovra dei Patrioti all’Eurocamera. Il Ppe, dal canto suo, potrà festeggiare per avere un nuovo premier tra le sue fila. Ma per Manfred Weber collaborare con l’estrema destra sarà più difficile. La notte di Budapest è destinata a cambiare anche le strategie politiche da mettere in campo da qui al cruciale 2027, quando al voto andranno Italia, Francia, Spagna, Polonia.

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