Guerra nel Golfo, se continua “conseguenze senza precedenti”. S&P: “L’Europa rischia la recessione. Per l’Italia l’impatto più forte”
I rischi economici globali dalla guerra in Medio Oriente “sono in rapido aumento”. Lo scrive S&P Global Ratings nel suo Global Economic Outlook. Secondo il rapporto “i rischi per le prospettive degli Usa sono decisamente al ribasso” mentre in Europa, “se lo choc petrolifero fosse più severo e durasse oltre lo scenario di base, l’inflazione potrebbe superare il 5% a maggio/giugno, mandando l’economia in recessione tecnica a metà anno“. Nel Continente è l’Italia a subire l’impatto più forte, con una crescita che nel 2026 viene dimezzata allo 0,4% da 0,8% precedente. Taglio di 4 decimali anche per la Gran Bretagna che così scenderebbe da 1,4% a 1% di crescita stimata. L’area euro si fermerebbe a una crescita dell’1% (da 1,2% precedente) con un taglio di soli due decimali. Tengono la Germania (crescita attesa dello 0,8% con lo stimolo fiscale) e la Francia a +1,9%.
Da un confronto tra quattro capi economisti di grandi istituzioni finanziarie e organizzazioni internazionali, pubblicato dal World Economic Forum nell’ultimo aggiornamento del Chief Economists’ Outlook, il rapporto periodico che monitora i principali rischi per l’economia globale, è emerso poi che le conseguenze economiche della guerra rischiano di essere “senza precedenti” e anche se l’impatto è ancora da valutare appieno, i dati “suggeriscono la possibilità di uno choc economico ai livelli del Covid nell’eventualità di una guerra prolungata”. Per Saad Rahim, capo economista di Trafigura, “se proseguono gli attuali livelli di sconvolgimento, siamo davanti a qualcosa che non credo si sia mai visto prima“. Perché “a un certo punto, vista la portata dell’interruzione, non si tratterà più solo di un impatto sui prezzi, ma della mancanza di molecole, il che comporterà distruzione della domanda“.
Il conflitto rischia però di propagarsi ben oltre l’energia. Il Golfo è un nodo centrale anche per i fertilizzanti, sia come area produttiva sia come snodo logistico. Se queste forniture si interrompono, l’impatto si vedrà con qualche mese di ritardo ma sarà potenzialmente più persistente. Máximo Torero della FAO avverte che le conseguenze potrebbero emergere tra fine 2026 e 2027: minori rese agricole in grandi paesi esportatori come Brasile e India, meno offerta di grano e riso, nuovi aumenti dei prezzi alimentari. Un secondo choc inflazionistico.
E le ricadute non si fermano qui. Una quota rilevante di materie prime strategiche passa dallo stesso corridoio: tra queste anche l’elio, fondamentale per settori ad alta tecnologia come semiconduttori e sanità. Per Ludovic Subran di Allianz si prospetta “un momento darwiniano” per molte industrie: aumento dei costi, interruzioni produttive, selezione tra imprese più e meno resilienti. Uno schema già visto durante la pandemia ma con un’origine diversa e potenzialmente più difficile da gestire.