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Al calcio italiano non serve un miracolo ma un buon ufficio tecnico

Le federazioni di tennis e volley sembrano uscite da un saggio sull'efficienza industriale. Tutto il contrario di calcio e basket, che somigliano a vecchie botteghe artigiane
Al calcio italiano non serve un miracolo ma un buon ufficio tecnico
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di Marco Quargentan

Siamo onesti: se il “Bel Paese” fosse un’azienda, l’attuale reparto sportivo nel suo complesso sarebbe uno dei pochissimi a non rischiare il commissariamento. I risultati recenti ci dicono che l’Italia ha smesso di essere la terra del “miracolo isolato”. Per anni, l’inferno dello sport italiano è stata l’improvvisazione. Oggi invece, per esempio, le federazioni del Tennis (FITP) e del Volley (FIPAV) sembrano uscite da un saggio sull’efficienza industriale. Hanno creato accademie, investito sui tecnici e trasformato il talento grezzo in un prodotto seriale di lusso. Se Sinner è la punta dell’iceberg, la base è un blocco di ghiaccio solidissimo fatto di centri federali che funzionano meglio delle nostre anagrafi comunali.

Tutto il contrario delle federazioni di calcio e di basket, che somigliano a vecchie botteghe artigiane che hanno perso i maestri, ma non la superbia. In queste federazioni, la programmazione è stata sostituita dalla nostalgia o, peggio, dalla speranza che un nuovo “messia” nasca per puro caso, senza bisogno di strutture.

Nel calcio, ci si affanna a inseguire riforme che hanno il sapore della Coscienza di Zeno: un’infinita serie di “ultime sigarette”, di cambiamenti annunciati e mai attuati, mentre il vivaio nazionale langue e ci si rifugia nell’importazione di talenti stranieri come fosse un facile espediente letterario per coprire la mancanza di trama. Nel basket, il paradosso è ancora più stridente: uno sport che vive di audience globale e dinamismo si ritrova imbrigliato in una gestione provinciale, dove i conflitti di potere tra lega e federazione ricordano le liti tra i capponi di Renzo nei Promessi Sposi: si beccano tra loro mentre vengono portati verso l’irrilevanza.

Così, mentre Sinner, Velasco, De Giorgi e tanti altri vendono al mondo un’immagine di Italia efficiente e futurista, il calcio resta lo specchio di quel pregiudizio duro a morire: l’idea che il prestigio del passato basti a pagare l’affitto del presente. Il nostro sport nazionale è ormai un colosso dai piedi d’argilla che guarda con sospetto l’industria dei centri federali altrui, preferendo affogare nei propri debiti di idee piuttosto che ammettere che, al giorno d’oggi, per vincere non serve un miracolo ma un ottimo ufficio tecnico.

Forse, come suggeriva Leopardi, “la felicità consiste nell’ignoranza del vero”, e il vero è che abbiamo costruito un sistema a due velocità: un’industria dell’eccellenza che produce campioni a ritmo continuo e un carrozzone nostalgico che brucia risorse in nome di un passato glorioso. E l’italiano medio sembra perdonare tutti i difetti e le mancanze del carrozzone del calcio mentre non transige sull’assenza da una finale di uno Slam di Sinner. Siamo un paese che ammira chi fatica, ma paga solo chi lo fa divertire.

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