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Il calcio italiano è morto, ora copiamo dagli altri: come funziona il “programma talenti” che ha fatto rinascere la Germania

Il modello tedesco, nato dopo il disastroso Euro2000, ha portato alla vittoria dei Mondiali 2014. Pochi principi, ma chiari: scuole calcio federali in tutto il Paese, obbligo per i club di avere accademie avanzate, corsi per gli allenatori che devono insegnare solo la tecnica fino a 14 anni, bacino allargato anche alle seconde generazioni con lo Ius Soli
Il calcio italiano è morto, ora copiamo dagli altri: come funziona il “programma talenti” che ha fatto rinascere la Germania
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Tre eliminazioni consecutive dai Mondiali. Tre fallimenti, uno dopo l’altro, senza che il calcio italiano sia stato in grado di attuare una rifondazione totale, se non a parole. Ora invece l’Italia deve ripartire dai fatti. E visto che non siamo capaci di fare la rivoluzione, non ci resta che copiare da chi ci è già riuscito. Non serve di certo inventarsi qualcosa di nuove e assurdo, perché in Europa c’è un modello che esiste da anni, funziona alla grande ed è già stato fonte di ispirazione per le altre federazioni calcistiche. Ogni riferimento alla Germania (non) è puramente casuale. Idee, competenza e valorizzazione: dopo il disastro di Euro2000 (sì, per loro già un Europeo giocato male è bastato per fare tabula rasa) la nazionale tedesca ha messo in atto un sistema che gli ha permesso di tornare ai vertici del calcio mondiale. Si chiama Talentförderprogramm (programma di raccolta di talenti).

Tutto si muove nella stessa direzione e con gli stessi tempi. Non ci sono Länd e territori più svantaggiati di altri. Ci sono strutture e accademie adeguate (le scuole calcio federali) e un numero di addetti ai lavori che abbonda. Il collegamento tra club è diretto. Tutti hanno una squadra B (in Italia se ne contano a malapena tre). E il processo è uguale in ogni scuola calcio: fino a 14 anni tutti i giovani calciatori imparano tutto, poi arriva la specializzazione. Uno sviluppo capillare supportato anche grazie alla legge sulla cittadinanza introdotta dal governo Schröder nel 2000. Con lo Ius soli (a condizione che almeno uno dei genitori fosse legalmente residente in Germania da un minimo di otto anni) abbondano i figli di stranieri che possono diventare cittadini tedeschi. E di conseguenza il bacino di talento da cui poter pescare. Copiare per una volta dai vicini: così gli Azzurri possono ripartire (per davvero) dal progetto tedesco. Funzionante e soprattutto già pronto.

Come la Germania ha fatto la rivoluzione

Arrivata ultima nel girone senza vittorie (contro Portogallo, Romania e Inghilterra), dopo gli Europei 2000 la Germania si accorge che è arrivato il momento di cambiare qualcosa. O meglio, tutto. Presentarsi con gli stessi giocatori impiegati quattro anni prima è controproducente. Il mancato ricambio generazionale è un campanello d’allarme: il sistema calcistico tedesco ha necessariamente bisogno di stare al passo con i tempi.

La federazione tedesca (DFB) individua così i principali problemi da risolvere: il sistema di scouting non copre interamente il paese; le infrastrutture dei settori giovanili non sono adeguate; gli allenatori tedeschi non godono di una grande formazione professionale; le seconde generazioni presenti sul territorio sono il primo passo per tornare a riscoprire il vero talento e a essere competitivi.

Nel 2002 l’allora presidente della federazione Gerhard MayerVorfelder lancia il progetto “Extended Talent Promotion Program”. Il primo anno è già un successo: 22.099 tra ragazzi e ragazze partecipano al nuovo programma e l’85% di loro vive a meno di 25 chilometri dal campo di allenamento federale più vicino. Vengono organizzati 367 corsi di allenamento e a 1.167 allenatori viene data una formazione seria e fatta di regole. Dal 2002 al 2014 (anno in cui la Germania diventa campione del mondo), la DFB costruisce 52 centri d’eccellenza dedicati alla formazione dei migliori talenti del paese e 366 centri regionali per gli oltre 1200 preparatori.

Come viene trovato e coltivato il talento

Programmazione e regole precise. Tutto seguendo dei parametri ben precisi. Il numero degli osservatori federali aumenta. E di conseguenza cresce la qualità (e la meticolosità) nella ricerca del talento. I migliori giocatori si ritrovano nei 366 “Stützpunkte” (i punti di raccolta della federazione) per poter migliorare la propria tecnica. Poi arrivano i club con i loro Leistungszentren (i centri di formazione). In questo senso, le società di Bundesliga e 2.Bundesliga devono obbligatoriamente disporre di ottime strutture, di allenatori sempre aggiornati, di medici e fisioterapisti preparati, psicologi e insegnanti. Insomma, tutto il necessario per crescere un giovane e coltivare il talento.

Per mantenere alta l’attenzione la Federazione ha anche istituto dei controlli biennali ai centri di tutti i club del territorio. Il giudizio spetta a un ente terzo, ovvero alla società belga Double Pass. Chi riceve la valutazione più alta (che va da una a tre stelle) guadagna un contributo da investire nel settore giovanile. Giusto per avere un’idea più concreta una certificazione da tre stelle vale più di 300mila euro per una stagione. Questi soldi vengono prelevati da una sorta di fondo di solidarietà – sotto il controllo della DFB – finanziato da buona parte di denaro distribuito dalla UEFA per le qualificazioni alla Champions League. E cosi il livello di attenzione e di competenza cresce a dismisura. E in modo costante.

Un sistema multietnico

E torniamo al discorso di multietnicità, forse la chiave di svolta del progetto tedesco. Con la legge sullo ius soli, proposta dai socialdemocratici e approvata dopo due anni di scontri (2002) e compromessi con il centrodestra, a undici anni un ragazzino nato in Germania da genitori immigrati e regolari residenti può diventare a tutti gli effetti cittadino tedesco con la possibilità giocare da “comunitario”. E non da straniero. Così rappresentare il proprio paese diventa solo una formalità e non crea problemi a nessuno. I primi risultati arrivano nel 2009: l’Under 21, vincitore dell’Europeo di categoria contro l’Inghilterra, è composta da nove giocatori che non sono nati in Germania. Tra questi Jerome Boateng, Sami Khedira e Mesut Ozil, cinque anni più tardi, vincono i Mondiali in Brasile con la prima squadra.

La regola che obbliga ad aver centri per i giovani

La regola è chiara: ogni club deve costruire (o se lo ha già, rinnovare) un centro d’allenamento giovanile d’eccellenza. Senza quello il modello diventa insostenibile. Per un programma inizialmente sostenuto da un finanziamento annuale di 48 milioni di euro – in parte garantiti dalla Federazione e dalla stretta collaborazione dei club – oggi il costo del progetto si aggira intorno ai 100 milioni di euro. Il processo nato dopo il fallimento del 2000 diventa un esempio per tutti. E i primi ad accorgersi del buon funzionamento sono proprio i tedeschi. Così, infatti, diceva l’allora direttore sportivo della DFB Matthias Sammer nel 2013 al Guardian: “Abbiamo raggiunto un livello che in questo momento è difficilmente migliorabile. In Germania ci sono 80 milioni di abitanti e prima del 2000 molti talenti ci sfuggivano. Ora ci accorgiamo di tutto”.

Insomma, gli altri hanno smesso di vivere di ricordi per crearsi un’identità. Noi portiamo avanti una becera comunicazione che si aggrappa a un Mondiale vinto più di una generazione fa. Le cose questa volta cambieranno davvero o si continuerà a fare finta di nulla? Tanto domenica torna il campionato e la Nazionale non interesserà più a nessuno per mesi. Finisce sempre così, no? Il mondo si evolve. L’Italia si ferma. Questa volta, però, proviamo almeno a copiare dai migliori.

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