Il mondo FQ

Transizione 5.0, miliardi spostati e tagli retroattivi: la storia dei pasticci di Urso che hanno fatto arrabbiare le imprese

La vicenda degli sgravi a chi investe sull'efficienza energetica è piena di marce indietro. Fino alla rottura con Confindustria: mercoledì il tentativo di ricucire
Transizione 5.0, miliardi spostati e tagli retroattivi: la storia dei pasticci di Urso che hanno fatto arrabbiare le imprese
Icona dei commenti Commenti

Un “successo” lo aveva definito lo scorso 12 marzo davanti al Senato. Ma nel giro di due settimane, complice la guerra in Iran (Giorgetti dixit), il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è ritrovato di fronte – non si sa quanto consenziente e quanto obtorto collo – all’ulteriore “voce dal sen fuggita, poi richiamar non vale”. E non è detto che sia l’ultima marcia indietro su Transizione 5.0, la misura che garantisce sgravi fiscali a chi investe su macchinari che garantiscono una riduzione dei consumi. Perché mercoledì, a Palazzo Piacentini, arrivano i vertici di Confindustria a chiedere spiegazioni di quel taglio, infilato nel decreto Fisco lo scorso venerdì, che rimette nudo al vento chi aveva investito contando sui rimborsi dello Stato attraverso il credito d’imposta.

L’aria che tira è quella di un nuovo dietrofront, ovvero la promessa di trovare una copertura che garantisca a chi ha investito contando sugli 1,3 miliardi stanziati con la legge di Bilancio di vedersi attribuito l’incentivo per intero e non tagliato del 65% come stabilito nel Consiglio dei ministri il 27 marzo. Il “pesce d’aprile” con tanto di scuse è dietro l’angolo, con buona pace del ministero dell’Economia che aveva esplicitamente detto che il contesto è cambiato e una consistente parte di quei fondi servono per fronteggiare l’emergenza scatenata dal conflitto in Medio Oriente. Una decisione contestata da tutta Confindustria, a partire dal presidente Emanuele Orsini fino all’ultimo dei capataz delle associazioni locali.

Il mantra “si è rotto il patto di fiducia” tra imprese e governo va avanti da giorni. Un bel problema per chi come Giorgia Meloni, fin dal discorso del suo insediamento, aveva messo in cima all’agenda il “non disturbare chi produce”. Eppure, attorno al piano Transizione 5.0, da due anni si sta consumando un tira e molla che, alla fine, ha mandato su tutte le furie gli industriali. Al centro, la gestione del piano di incentivi da parte di Urso, ministro con il quale si narra Orsini parli ormai ben poco e, ora, finito nel totonomi di coloro che potrebbero rientrare nel riassetto di governo post batosta referendaria. Incapace di sbrogliare la matassa della vendita di Ilva e ininfluente sul dossier Stellantis, il ministro delle Imprese ha realizzato uno dei suoi capolavori proprio su Transizione 5.0.

Vale la pena di ripartire dall’inizio, dal novembre 2023, quando la misura vide la luce. Sulla carta. Perché l’operatività di Transizione 5.0 è in realtà datata agosto 2024. Nove mesi per il primo vagito e fu subito polemica: un anno dopo, nonostante una dotazione di 6,3 miliardi di euro, erano stati richiesti appena 600 milioni. Nessuna impresa interessata? Non esattamente. I regolamenti partoriti erano un impasto di burocrazia tale da scoraggiare le aziende ad accedere alla misura per dotarsi di macchinari in grado di diminuire i consumi. Di fronte alle proteste di Confindustria, il ministero aveva semplificato l’iter snellendo le procedure per accedere ai crediti d’imposta.

Così Transizione 5.0 aveva spiccato il volo, nonostante un percorso accidentato dei decreti attuativi. Tutti contenti, se non fosse che il 6 novembre scorso era arrivato l’ennesimo coup de théâtre firmato dal Mimit. La dotazione era stata tagliata dalla sera alla mattina da 6,3 a 2,5 miliardi nonostante le richieste arrivate ammontassero a 3,4. I miliardi decurtati? Urso aveva deciso di dirottarli per lo più su Industria 4.0. Con buona pace di tutti coloro che gli investimenti li avevano già fatti, ritrovandosi però scoperti. Mica bazzecole, ma migliaia e migliaia di aziende: gli “esodati”, li aveva ribattezzati Confindustria.

Il ministero aveva quindi fatto marcia indietro: “Noi ci impegniamo a soddisfare le esigenze di tutte le imprese”, era stata la rassicurazione di Urso dopo giorni di polemiche con attacchi diretti anche ad alcuni esponenti confindustriali veneti. In fretta e furia venne impostato un decreto per riassorbire nella misura i progetti – alla fine se ne conteranno 7.417 – arrivati entro il 27 novembre con uno stanziamento da 1,3 miliardi inserito in Manovra. E così si giunge a venerdì scorso, quando il Consiglio dei ministri ha deciso di tagliare il credito d’imposta del 65% riducendo lo stanziamento da 1,3 miliardi a 537 milioni e rimpicciolendo il campo della tipologia di interventi accettati, includendo solo i beni strumentali e non più gli investimenti per gestire l’energia e installare impianti da fonti rinnovabili. Così in 7.417 si sono ritrovati, di nuovo, in mezzo al guado: investimenti fatti, ma rimborsi decurtati o cancellati.

È stata l’armaggedon dei rapporti tra imprenditori e Urso che, era appena lo scorso 17 marzo, diceva davanti ai rappresentanti delle piccole e medie imprese: “Il bilancio è andato ben oltre ogni previsione: una misura di grande efficacia e particolarmente apprezzata”. Poi sono arrivate le forbici di Giorgetti e il diktat: “Dobbiamo decidere chi aiutare”. Comunque vada a finire, resta la figuraccia. È l’antipasto di quello che il governo potrebbe ritrovarsi a dover gestire in autunno con una legge di Bilancio che aveva immaginato come la più espansiva della legislatura e che rischia invece di risolversi in una finanziaria incentrata sul tappare le falle se dovesse esplodere il costo dell’energia facendo schizzare i prezzi in tutti i settori.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione