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Le guerre non uccidono solo gli uomini, ma anche il pianeta: l’ecocidio di cui nessuno parla

In quattro anni di guerra in Ucraina, in atmosfera sono state immesse oltre 311 milioni di tonnellate di gas serra, tante quante ne produce un paese industrializzato come la Francia in un anno
Le guerre non uccidono solo gli uomini, ma anche il pianeta: l’ecocidio di cui nessuno parla
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Le cronache di guerra – Gaza, Ucraina, Iran per citare le più note, ma si calcola siano all’incirca 60 i conflitti al mondo – che purtroppo si sono susseguite e si susseguono tuttora, ci raccontano delle migliaia di morti lasciati sul campo, o addirittura evaporati. Scene terribili, devastanti, che ci scuotono nel profondo.

Ma c’è un altro aspetto delle guerre che viene sempre tralasciato e che invece dovrebbe emergere per sottolineare ancor di più la follia dell’homo autodefinitosi “sapiens”. E questo aspetto è costituito dalla distruzione dell’ambiente, quello che oggi viene definito ecocidio. Il caso del passato forse più noto all’opinione pubblica è stato l’uso dell’agente arancio e del napalm sparsi dagli statunitensi sulle giungle del Vietnam per stanare i combattenti (da notare che l’uso di armi chimiche era vietato ma gli statunitensi dei divieti e delle leggi notoriamente se ne fregano): “Adoro l’odore del napalm la mattina presto” faceva pronunciare al recentemente scomparso Robert Duvall il regista Coppola in Apocalypse Now.

In quei dieci anni di quella guerra che gli Usa persero, furono gettati 76mila metri cubi di erbicida su 22mila kmq di giungla, provocando danni permanenti a quasi cinque milioni di persone. E ancora oggi vaste zone interne del Vietnam, a distanza di più di cinquant’anni, sono ancora contaminate. Oggi non si usano più armi chimiche (fatto salvo il fosforo bianco usato impunemente dagli israeliani, altri che delle leggi se ne fanno un baffo) ma gli effetti sul territorio non sono meno devastanti. Gaza è in tal senso l’esempio più emblematico, non perché le altre guerre in corso non producano danni all’ambiente, ma perché gli israeliani hanno adottato la tecnica di fare letteralmente e sistematicamente terra bruciata in quella striscia di territorio in modo tale da privare i palestinesi (quelli che si sono salvati dal genicidio) dei mezzi di sussistenza.

Così un articolo del settembre scorso del quotidiano The Guardian: “Nonostante la sua estrema densità di popolazione, Gaza era per lo più autosufficiente in verdura e pollame, e soddisfaceva gran parte della domanda della popolazione di olive, frutta e latte. Ma il mese scorso l’Onu ha riferito che solo l’1,5% dei suoi terreni agricoli ora rimasti sia accessibile e intatto. Si tratta di circa 200 ettari, l’unica area rimasta direttamente disponibile per nutrire più di 2 milioni di persone”. A questo aggiungasi l’inquinamento da detriti e rifiuti (107 kg ogni metro quadrato) in superficie e quello delle acque sotterranee.

Ecocidio, dunque, ossia eliminazione scientifica di ogni forma vivente, in modo da rendere la terra inabitabile. Ma il danno all’ambiente in generale è anche costituito dalle risorse che devono essere messe a disposizione per ricostruire quello che è stato abbattuto o comunque eliminato. Tralasciamo qui il piano di rendere Gaza un immenso resort – quasi tra l’altro che non bastassero le costose oscenità dei paesi arabi, da Abu Dhabi a Doha, tanto amata dagli italiani – e andiamo in Ucraina, dove la Banca Mondiale ha di recente stimato il costo della ricostruzione in 588 miliardi di dollari: cosa si potrebbe fare con 588 miliardi di dollari se venissero invece utilizzati nel campo della difesa dell’ambiente? Follia.

E veniamo infine, ma non ultimo in ordine di importanza, al contributo che le guerre forniscono all’aumento del riscaldamento globale. Un dato di questo mese ci dice che, in quattro anni di guerra in Ucraina, in atmosfera sono state immesse oltre 311 milioni di tonnellate di gas serra, tante quante ne produce un paese industrializzato come la Francia in un anno. E l’invasione dell’Iran, in sole due settimane, ha provocato il rilascio di 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Il fatto è che però, anche se fare nulla, gli eserciti consumano. Eccome. L’esercito statunitense è il primo consumatore di petrolio al mondo, emettendo 280 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Il centro studi britannico Conflict and Environment Observatory stima che le forze armate del mondo producano circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra. Eppure, a causa del paese esportatore della democrazia nel mondo, le emissioni degli eserciti sono esentate dalla segnalazione obbligatoria prevista dall’accordo sul clima di Parigi. Tradotto: si devono limitare le emissioni di gas serra, ma uno dei settori che più ne produce ne è esentato. Una barzelletta.

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