Se ci fosse un referendum sulla politica estera, gli italiani saprebbero come votare
C’è un referendum che non si farà mai: sulla politica estera dell’Italia. La Costituzione (saggiamente) ha previsto che siano soltanto i deputati e i senatori scelti dal popolo a valutare e decidere su certe materie come ad esempio trattati internazionali e leggi di bilancio. Per sottrarle a stati d’animo momentanei e far sì che le scelte siano ben ponderate dopo un approfondito dibattito.
E tuttavia il referendum appena svolto ha mostrato ancora una volta l’estrema capacità dei cittadini di cogliere il nocciolo di temi, che toccano equilibri profondi della società e dello Stato. Sarebbe bene che di questa lucidità le forze politiche tenessero conto anche nell’ambito della politica estera: soprattutto in un momento in cui il nuovo corso della presidenza americana ha inaugurato a livello internazionale una stagione segnata dal caos e dal “grande bastone”.
Capire ciò che pensano gli italiani non è difficile, i dati ci sono tutti, basta non far finta di niente e considerare scema la popolazione. Sull’Ucraina, ad esempio, la grande maggioranza degli italiani ha sempre condiviso un moto di solidarietà e di sostegno con la nazione aggredita da Mosca. Approvando aiuti economici e finanziando l’invio di armi per Kyiv per una guerra difensiva. Allo stesso tempo l’intuito popolare ha condiviso da subito la visione di papa Francesco, che ha colto nel conflitto uno scontro tra imperi, avvertendo che non si trattava della “favola di Cappuccetto Rosso”.
Sbeffeggiato spesso da commentatori come “pacifintista”, ingenuo o peggio utile idiota di Putin, questo popolo maggioritario ha sempre avuto l’idea che si possa arrivare ad una pace giusta con l’Ucraina fuori dalla Nato e dentro l’Unione europea e i russofoni del Donbass liberi di scegliere la loro strada come gli albanesi del Kosovo o come i “tedescofoni” dell’Alto Adige, ancorati all’Italia ma dotati di autonomia amministrativa, finanziaria e culturale. Non è un caso se le manifestazioni per la pace a Roma in piazza San Giovanni riunivano centomila persone mentre le manifestazioni a Milano di appoggio sic et simpliciter al nazionalismo ne mettevano insieme cinquemila.
E’ lo stesso popolo maggioritario che ha sempre respinto istintivamente le censure contro artisti ed esponenti culturali russi, condividendo quanto disse nel dicembre del 2022 il presidente Mattarella alla prima alla Scala del Boris Godunov: la cultura russa è parte integrante della cultura europea, un “elemento che non si può cancellare. Mentre la responsabilità della guerra va attribuita al governo di quel Paese, non certo al popolo russo”.
La volontà popolare, facilmente misurabile, vuole adesso con chiarezza la fine della guerra, senza manovre dilatorie di “volonterosi”, perché non porta nessuno alla vittoria e sta costando centinaia di miliardi di euro agli italiani e agli europei. Uno studio del centro Polidemos dell’Università Cattolica ha appena evidenziato che il 53 per cento degli intervistati non sta “né con Mosca né con Kyiv”: con un realismo che gli storici potrebbero definire bismarckiano.
Secco è stato anche l’immediato responso degli italiani sull’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran. Un sondaggio realizzato per La7 ha mostrato l’orientamento contrario del 70 per cento degli intervistati. L’animo popolare ha colto ciò che i veterani della diplomazia, dei servizi segreti, degli stati maggiori sapevano da subito: l’Iran non stava “minacciando” nessuno, non è a un passo dall’avere la bomba atomica e soprattutto è stato Israele a progettare l’attacco trascinando Trump dietro a sé.
Perché questa non è la Terza guerra del Golfo, ma la Guerra d’Israele per il predominio nell’area mediorientale. D’altronde il governo Netanyahu ha già occupato nuovi pezzi di terra siriani, sta occupando un vasto spazio nel Libano e si è installato – nonostante il “cessate il fuoco” – in più della metà della Striscia di Gaza.
L’animo popolare ha le idee ben chiare: alla vista di un milione di sfollati nel Libano, scacciati come mandrie di bestiame dall’esercito israeliano, vorrebbe lo stop ad ogni collaborazione nel settore degli armamenti con Netanyahu. Mentre i governi europei si limitano a flebili e contorti comunicati, la maggioranza degli italiani ha capito che il governo israeliano ha deciso di cancellare ogni idea di Stato palestinese.
Intanto prosegue incessante l’ondata di devastazioni operata dai coloni ebrei in Cisgiordania con la complicità dell’esercito. Palestinesi aggrediti, feriti, uccisi, case e auto incendiate, bestiame massacrato, campi e uliveti devastati. Le vittime palestinesi sono oltre mille (quasi quanto le vittime ebree per causa del barbaro attacco di Hamas il 7 ottobre 2023). I bambini palestinesi uccisi più di trecento. I nazionalisti ebrei vogliono cacciare i palestinesi dalle loro terre.
Il cardinale Pizzaballa, bloccato arrogantemente domenica davanti al Santo Sepolcro, ricorda il peggioramento costante della situazione e la paura che cresce in Cisgiordania tra cristiani e musulmani. Ci fosse un referendum, gli italiani saprebbero come votare.