“Gaza è tritata, la parola rovina è quasi una parola dolce rispetto a quanto vediamo. Tanti sono tornati a vivere in quel che resta delle loro case, distrutte dalle piogge dopo che dai missili”. Mentre da due anni ancora non è stata ripristinata la corrente elettrica “i grandi aiuti umanitari vengono bloccati, ne arrivano pochissimi”. A chiedere di “mettere la parola fine a tutto questo” è padre Gabriel Romanelli, parroco dell’unica chiesa cattolica della Striscia di Gaza, intervenuto in collegamento alla trasmissione Che tempo che Fa su Nove. Il sacerdote della Chiesa della Sacra Famiglia descrive quello che vede quotidianamente. “Da due anni a Gaza non c’è corrente elettrica. L’energia, anche per questo collegamento video, la produciamo bruciando quello che troviamo: diesel, pannelli. La vita in ogni angolo è una sofferenza”. Nonostante siano passati mesi da quando è iniziato il cessate il fuoco, “la situazione ancora non è buona“, anche per quanto riguarda il cibo. “Nei primi tempi è entrata merce, non sufficiente ma parecchia, soprattutto farina” anche se “la data di scadenza non ha molto senso”. Ora si trovano “anche latticini, carne e verdure, ma sono per la vendita e chi li può comprare sono davvero molto pochi”. Anche perché le banche non funzionano: “Ce n’è solo una a Gaza, per un milione di persone e non dà soldi. Tramite le donazioni che arrivano al Patriarcato Latino acquistiamo cibo fuori dalla Striscia e così continuiamo a aiutare decine di migliaia di persone”. “L’essere umano – conclude padre Romanelli – ha una grinta incredibile e Gaza è la prova di questo, perché nonostante la disumanizzazione di questa guerra, la gente continua a voler vivere”. E si adatta a farlo “cercando di vivere sotto le macerie delle case crollate, come è successo a un professore musulmano nostro amico, che ha perso tutta la famiglia”.
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