I Paesi Ue spostano 12 miliardi di fondi di coesione alla difesa. Il caso Sicilia: quasi 200 milioni riallocati a quella voce
Quasi 35 miliardi di euro riprogrammati in tutta Europa, oltre 7 miliardi per l’Italia. La revisione di medio termine della politica di coesione conferma il cambio di rotta della Commissione von der Leyen: le risorse pensate per ridurre i divari territoriali vengono riallocate verso nuove “priorità strategiche” a partire da competitività e difesa. Nel dettaglio, secondo i dati presentati mercoledì dal vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto, gli Stati membri hanno riallocato 34,6 miliardi di euro, pari a circa il 10% dell’intero bilancio della coesione 2021-2027, destinandone 15,2 a competitività e tecnologie critiche, 11,9 miliardi a difesa e preparazione civile, 3,3 agli alloggi accessibili, 3,1 alla gestione dell’acqua e 1,2 a energia e decarbonizzazione.
L’Italia dal canto suo ha riprogrammato 7,08 miliardi di euro su una dotazione di oltre 42 miliardi per il periodo 2021-2027, intervenendo su 35 programmi su 48 (28 regionali e 7 nazionali). La fetta più grossa, 4,665 miliardi, finisce alla competitività delle imprese. Seguono 1,119 miliardi per le politiche abitative, 629 milioni per la gestione dell’acqua, 396 milioni per la transizione energetica e 248 milioni destinati alla difesa, che nel perimetro Ue include capacità industriali, tecnologie dual-use e mobilità militare, misure di cuber-sicurezza. È la voce politicamente più sensibile. Sarà per questo se non comprare nella nota in cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a ventiquattr’ore dall’annuncio – arrivato del resto nelle ore caldissime tra le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi e quelle di Daniela Santanché – ha rivendicato la rimodulazione come risultato della “riforma delle politiche di coesione promossa dal Vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto”. La premier, elencando le voci che verranno rimpolpate grazie alle risorse Ue, si è limitata a citare la competitività delle imprese, gli alloggi a prezzi calmierati e gli interventi sul fronte idrico ed energetico.
Va però considerato che ogni euro spostato verso le nuove voci è un euro sottratto agli obiettivi originari di riequilibrio. I fondi oggetto di riprogrammazione provengono in larga parte dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dal Fondo sociale europeo Plus, cioè gli strumenti cardine della politica di coesione. Risorse pensate per finanziare sviluppo territoriale, occupazione, inclusione sociale, innovazione e infrastrutture locali, in particolare nelle regioni più deboli. Ora dove vengono spostate? La Sicilia ha deciso di dirottare quasi 200 milioni, su oltre 1 miliardo complessivamente riprogrammato, alla voce difesa. Stessa scelta ma per cifre molto inferiori per Calabria (14,8 milioni), Basilicata (13,7), Abruzzo (11,2), Lombardia (7,5) e Molise (1,9).
In Calabria la riprogrammazione è anch’essa molto ampia (524 milioni), ma tra le nuove priorità prevalgono competitività (264 milioni) e soprattutto interventi legati alla gestione dell’acqua (139 milioni) e all’energia (105 milioni). La Basilicata rialloca 102,5 milioni distribuendoli tra competitività (35,9 milioni), acqua (23 milioni), energia (16,2 milioni), housing (13,6 milioni) e difesa. Nelle regioni del Centro-Nord il peso della competitività aumenta ulteriormente. In Lombardia, ad esempio, i 200 milioni del Fesr vengono indirizzati in larga parte alle imprese (152,9 milioni), con quote minori su acqua (23,1 milioni) ed energia (24 milioni), mentre il contributo alla difesa arriva solo dal Fse+, lo strumento Ue nato per combattere la disoccupazione giovanile (7,5 milioni su 67,5 complessivi, il resto destinato a lavoro e competenze). In Abruzzo la logica è analoga: i 54 milioni del Fesr vanno interamente a competitività, acqua ed energia, mentre la difesa compare solo nel Fse+ (11,2 milioni su 36,2). In Molise, su 62,3 milioni riprogrammati quasi tutto è assorbito dalla competitività (48,6 milioni), con quote minori su energia (7,4 milioni) e acqua (4,3 milioni) e circa 2 milioni sulla difesa.
Se si guarda al confronto europeo, comunque, il peso della difesa nella riprogrammazione italiana resta relativamente contenuto. La distribuzione degli 11,9 miliardi riallocati a quella voce è molto concentrata tra pochi Paesi. In prima linea la Polonia con la bellezza di 6,3 miliardi su 8 riallocati, seguita dalla Romania con oltre 900 milioni e curiosamente dalla Spagna – il Paese che lo scorso anno ha ottenuto una deroga dall’obiettivo Nato del 5% del pil a difesa e sicurezza – con circa 435 milioni. Cifre importanti anche per Paesi baltici come la Lituania (oltre 400 milioni) e la Lettonia (quasi 400 milioni), coerentemente con la loro esposizione geopolitica. Molto inferiori le somme destinate da Francia (circa 100 milioni) e Germania (poco più di 130 milioni). Berlino aveva però previsto già dopo l’invasione russa dell’Ucraina un piano di investimenti nel comparto con pochi precedenti.