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Perché la Cina si sta impegnando a risolvere il grave conflitto tra Pakistan e Afghanistan (e l’Occidente no)

Mentre la Cina traccia la sua influenza nell’area, Stati Uniti ed Europa con i governanti talebani non dialogano nemmeno
Perché la Cina si sta impegnando a risolvere il grave conflitto tra Pakistan e Afghanistan (e l’Occidente no)
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di Riccardo Capanna

Mentre l’Occidente guarda fuori dalla porta, tra Afghanistan e Pakistan si consuma la più grave crisi dal ritorno al potere dei talebani, il 15 agosto 2021. Secondo stime accreditate, nelle prime tre settimane di scontri più di mille persone sono morte e 100mila sfollate; le autorità afghane hanno denunciato 400 vittime solo a Kabul nell’ultima settimana. Un’apparente crisi di confine vecchia di due secoli può, in realtà, ridisegnare il panorama geopolitico dell’Asia centrale.

Tra le diplomazie internazionali, la Cina si è dimostrata quella più impegnata nella risoluzione del conflitto a causa dei molteplici interessi che ha nella regione. Il Pakistan è da sempre uno “Stato cliente” di Pechino, come definito dal Financial Times il 23 marzo: per il Paese, infatti, passa una tratta importante della Nuova Via della Seta; in cambio, la tecnologia con cui Islamabad ha sviluppato il nucleare negli anni Novanta era di origine cinese.

D’altro canto, anche l’Afghanistan è in una posizione strategica — incastonato tra il nord e il sud, l’est e l’ovest del continente asiatico — per lo sviluppo via terra della Belt and Road Initiative, perciò Xi Jinping, pacatamente ma pragmaticamente, si sta muovendo affinché le nuove tratte commerciali possano passare per Kabul. Inoltre, il governo centrale e centralista di Pechino teme che i talebani possano chiudere più di un occhio su eventuali basi di gruppi militanti uiguri nel territorio afghano. Lo stesso Pakistan ha usato come pretesto per attaccare il Paese la copertura che darebbe a reti terroristiche come i “talebani pakistani” del Ttp (Tehrik-i-Taliban Pakistan; i talebani afghani negano contatti e sostegno al gruppo).

Il maggiore interesse della Cina in Afghanistan, però, è l’enorme quantità di risorse. Se in passato l’antica regione del Khorasan era conosciuta perlopiù per i lapislazzuli, oggi le potenze sono interessate al litio e alle terre rare. Un rapporto congiunto Onu-Ue del 2013 stima in mille miliardi di dollari il potenziale sotterraneo di quelle terre. In particolare, il Paese “è seduto su un’enorme riserva di litio, finora non sfruttata”, come scritto dal giornalista Guillaume Pitron, autore de La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale (2018, trad. it. Luiss 2023). Già nel 2010 il Pentagono definiva l’Afghanistan “l’Arabia Saudita del litio” e ora alcune società cinesi cercano di allungare le mani sulla risorsa, fondamentale per le batterie e la transizione energetiche. Altre aziende, tra cui la Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Company, vanno invece alla ricerca di petrolio nel bacino del fiume Amu Darya.

Il boccone più amaro della crisi afghano-pakistana è il totale disinteresse occidentale. Mentre la Cina traccia la sua influenza nell’area, Stati Uniti ed Europa, dopo aver speso tra i 2 e gli 8 mila miliardi di dollari per una guerra immotivata e fallimentare, con i governanti talebani non dialogano nemmeno. I leader europei parlano di “indipendenza dalla Cina”, ma con il loro silenzio lasciano che questa conquisti risorse e territori con armi assai più potenti delle bombe e degli aerei Nato: affari, accordi, diplomazia. Anziché la “tomba”, ormai, l’Afghanistan è diventato la “vetrina degli imperi”.

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