Africa, Amref denuncia una nuova emergenza: “Si esauriscono le risorse d’acqua dove avevamo già investito, dobbiamo andare più in profondità”
“Ho iniziato seriamente a occuparmi di cooperazione con Amref nel 2003. E già allora una delle attività principali era quella dell’accesso all’acqua. Ancora oggi, anche se nel tempo abbiamo integrato questo aspetto con diverse attività, occupandoci di salute in maniera molto più articolata, quello resta uno dei degli interventi più importanti”. Roberta Rughetti è direttrice generale di Amref Health Italia. All’indomani della Giornata Mondiale dell’Acqua non si capacita: “Quando ogni anno riguardo tutti i numeri, le statistiche, non riesco ad accettare il fatto che quasi 850 milioni di persone in Africa non abbiano accesso all’acqua potabile. Il che significa che non dispongono anche di servizi igienici sanitari. È frustrante. Ma l’acqua serve ovunque”.
Può farci alcuni esempi?
L’acqua serve chiaramente nelle case, perché le donne devono affrontare lunghi percorsi per raggiungere un punto d’acqua e il 70%, quasi l’80% del carico della raccolta d’acqua è affidata a loro. Serve nelle scuole, anche perché le ragazze quando hanno il primo ciclo mestruale spesso abbandonano la scuola. E poi pensiamo al parto: le donne dovrebbero avere una condizione di sicurezza dal punto di vista igienico, per la quale serve acqua.
Cosa fate da questo punto di vista?
In questi anni abbiamo creato le condizioni per costruire delle aree dove l’acqua sia accessibile a livello di casa, di scuola e a livello di strutture sanitarie, partendo da quelli che sono i bisogni che vengono evidenziati anche con le comunità di riferimento. Insieme a loro costruiamo i programmi igienico sanitari e di prevenzione di sanitaria.
Come si trova l’acqua?
Con un’analisi più puntuale del territorio e indagini idrogeologiche per capire quant’è profonda la falda acquifera ma anche la qualità dell’acqua. Dopo di che, se ci rendiamo conto che siamo in un contesto dove con un investimento si può garantire acqua pulita e in quantità utile, ci attiviamo. Ma non basta trivellare, installare una pompa, serve creare e supportare le competenze locali.
In che senso?
Ci affidiamo a dei comitati di gestione dell’acqua, che si occupano del funzionamento, della sostituzione di parti in caso il pozzo ne avesse bisogno, di manutenzione etc. Ma per noi il vero motore di cambiamento è l’operatore sanitario di comunità, che crea una rete tra i villaggi in cui vivono le persone e il centro sanitario periferico. Questi operatori sono la cerniera con il sistema sanitario. Ad esempio, se il pozzo da cui si attinge non ha disponibilità di acqua, le persone vengono messe in guardia sui rischi associati all’utilizzo di quell’acqua: vengono attivate tutta una serie di conoscenze che permettono di tutelare le persone.
Le malattie legate all’acqua non pulita sono ancora molte?
Praticamente ogni giorno sono più di 1000 i bambini di età inferiore ai cinque anni che nel mondo muoiono proprio per malattie legate malattie infettive, come la diarrea legata proprio all’acqua non potabile. Più della metà della mortalità di malattie trasmissibili in Africa è associata direttamente all’assenza di acqua. Quello che però secondo me oggi è un dato molto preoccupante è un fattore nuovo e devastante.
Quale?
Con i cambiamenti climatici che stanno interessando tutte le aree in cui noi lavoriamo, parlo del Corno d’Africa, ma non solo, c’è una trasformazione anche rispetto alla disponibilità di acqua. E quindi spesso ci capita di vedere che si esauriscano le risorse disponibili dove avevamo già investito e dobbiamo andare più in profondità. Purtroppo la siccità dell’autunno in Kenya ed Etiopia ha già compromesso il bestiame, i pascoli eccetera, mentre le alluvioni di oggi non sono positive: con un terreno così arido peggiorano la situazione senza caricare le falde. Questa emergenza dovrebbe essere al centro delle nostre agende.
Come si agisce in un quadro così drammatico?
Quello che abbiamo capito che non si può agire da soli. Quindi anche se noi continuiamo a essere un’organizzazione che si occupa di salute e di sviluppo abbiamo cercato altre organizzazioni complementari alla nostra per costruire dei modelli che fossero una risposta a questi problemi. Oggi proponiamo le “One Health Unit”, che sono delle unità mobili che forniscono servizi e una formazione comunitaria che si articola sul tema della salute umana, della salute animale e anche della tutela dell’ambiente. Insomma, la nostra risposta è diventare organizzazioni più complesse, in grado quindi anche di interpretare i contesti e di adeguare la propria risposta, creando dei partenariati solidi. I progetti che abbiamo di lotta ai cambiamenti climatici sono di lungo periodo: abbiamo in programma di lavorare nel Corno d’Africa per almeno 12 anni, costruendo dei programmi che siano in grado di agire su diversi livelli complementari tra di loro. Al centro c’è sempre la capacità e la possibilità che le comunità hanno di poter ridurre e mitigare i rischi associati a questi cambiamenti.
Come vi finanziate?
Lavoriamo sia con finanziamenti istituzionali che con finanziamento provenienti da donatori privati, con versamenti regolari o con il 5% mille. Cerchiamo di bilanciare queste fonti di finanziamento e di rendere trasparente e visibile il lavoro che facciamo, per essere credibili sia verso l’opinione pubblica che verso le istituzioni.
Ogni anno fate un rapporto su come i media italiani raccontano l’Africa, tra stereotipi e indifferenza. Cosa si può fare per cambiare?
L’Africa è un continente ampio, diverso, diversificato con 54 Paesi, tantissime lingue, tantissime tradizioni. Quello che facciamo è proporre singoli racconti che possano trasformare una percezione stereotipata. Cerchiamo di creare un’immediatezza di visione di quello che realmente accade in Africa, senza pregiudizi. E che può essere un dato da cui partire per costruire le basi di una migliore conoscenza.