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Referendum, l’ora dei distinguo dentro FdI. Rampelli: “Gli attacchi ai giudici hanno spaventato. Linguaggio sbagliato”

Il deputato e vicepresidente della Camera critica il linguaggio usato dalla maggioranza nello spiegare al riforma: "Incomprensibile alle persone semplici"
Referendum, l’ora dei distinguo dentro FdI. Rampelli: “Gli attacchi ai giudici hanno spaventato. Linguaggio sbagliato”
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Il giorno dopo la prima sconfitta del governo Meloni è quello delle nenie. Ma tra i lamenti che danno addosso a tutti senza alcuna autoanalisi, il distinguo arriva da Fabio Rampelli. Uomo di prima fila, tra i fondatori di Fratelli d’Italia, recentemente finito in alcune cose in contrasto con le sorelle Meloni, il deputato e vicepresidente della Camera ammette che qualcosa non ha funzionato. E punta il dito contro gli attacchi ai giudici e la pretesa di spiegare la riforma senza trovare una chiave che rendesse comprensibile il punto di vista della maggioranza che l’ha concepita e approvata.

Quella di Rampelli è una scudisciata secca: “Abbiamo utilizzato un linguaggio tecnico giuridico incomprensibile alle persone semplici – ha detto a La Repubblica – La Sora Lella, non essendo una giurista, nel clima esasperato che c’è stato si è spaventata, anche per gli attacchi ai giudici, e ha preferito non fare salti nel buio”. Anche perché, ammette, la sinistra è “scesa dal piedistallo dell’armocromismo”, anche se – puntualizza – “facendo demagogia”. Ma in ogni caso, su quel piedistallo, riaffonda, “noi ci siamo saliti”.

Un distinguo pesante, anche se per il resto la lettura della sconfitta è sovrapponibile agli ordini di scuderia: “Il referendum, per la Costituzione, – ha aggiunto – è lo strumento con cui il cittadino è chiamato a una responsabilità in più, rendendosi autonomo dal partito per cui simpatizza. L’abbiamo detto da subito, il governo Meloni sarà giudicato per il suo operato alla fine della legislatura”. E ancora sul “No” larghissimo tra le nuove generazioni: “Le guerre poi hanno scatenato una paura mista a un sentimento anti-americano, che ha certamente attecchito tra i giovani. Il governo ha mantenuto una postura corretta, che non attrae le simpatie dei ragazzi. E poi restano gli altri ‘buchi neri’ del centrodestra: le grandi città e le regioni rosse”.

Nel merito, ha osservato Rampelli, “non siamo riusciti a far capire che la riforma era a favore dei magistrati, per liberarli dal ricatto delle correnti minoritarie e politicizzate, quindi per diventare più efficienti e ricostruire la fiducia perduta”. La gente, a suo avviso, “vuole che si occupino più dei reati sociali che di quelli mediatici”. Il vicepresidente della Camera quindi sostiene: “Se la riforma avesse voluto sottomettere la magistratura alla politica avrei votato contro anch’io. Gli elettori hanno scelto di schierarsi contro questa mistificazione, non contro la riforma. E poi ci siamo impiccati all’articolo 111, il linguaggio incomprensibile di cui parlavo”.

C’è spazio anche una dose di vittimismo, un’arma sempre in voga: “La violenza che ci è stata riversata addosso, come sempre capita, ci renderà più solidi e compatti. La politica di questo tempo ha disimparato a discutere, ragionare, fare strategia era una vittoria possibile”. Sul dialogo per la legge elettorale precisa: “Lo abbiamo cercato sul premierato, rinunciando al presidenzialismo per incontrare il favore dell’opposizione; sulla giustizia, incardinando una legge che per sei volte aveva provato a fare la sinistra e lo cercheremo anche sulla legge elettorale. Ma finora – ha concluso Rampelli- non c’è stata volontà di condivisione da Schlein e Conte”.

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A cura di Paolo Frosina
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