Crisi energetica, allarme per l’Italia: il Qatar annuncia lo stop alle forniture di gas naturale previste da contratti di lungo termine
La notizia più temuta, ventilata la settimana scorsa dopo gli attacchi dei giorni scorsi a giacimenti e infrastrutture del Golfo, è arrivata nel pomeriggio di martedì. Qatar Energy, la compagnia petrolifera statale dell’emirato, ha dichiarato lo stato di forza maggiore anche sui contratti di lungo termine per la fornitura di gas naturale liquefatto sottoscritti con Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. Vale a dire che sospenderà o rinvierà le forniture. A inizio marzo il gruppo, dopo essere stato costretto a fermare la produzione nell’hub di Ras Laffan, aveva già notificato a Edison, il maggior importatore italiano, che non avrebbe potuto adempiere agli obblighi contrattuali relativi alle consegne previste da inizio aprile. Ora ufficializza che lo stop sarà ben più prolungato
L’Italia è oggi il principale importatore europeo di Gnl qatariota, con circa 5 milioni di tonnellate nel 2025, davanti a Spagna, Belgio, Polonia e Regno Unito. L’anno scorso ha comprato dal Paese il 42% del suo fabbisogno di gas naturale liquefatto, pari al 10% del suo consumo complessivo di quel combustibile fossile. Che copre ad oggi circa il 35% del consumo interno lordo di energia. L’Italia dovrà quindi adottare misure per ridurre i consumi o negoziare un aumento delle forniture da parte degli altri fornitori. Giorgia Meloni domani sarà in Algeria, Paese che da solo copre circa un terzo del fabbisogno nazionale di gas attraverso il gasdotto Transmed e che è anche il nostro terzo fornitore di Gnl. Ma gli arrivi via Transmed possono essere aumentati solo di poco. E qualsiasi incremento non sarà a buon mercato: secondo quanto riportato dalla piattaforma specializzata Attaqa, le autorità algerine stanno valutando la possibilità di subordinare qualsiasi aumento dei volumi di esportazione a una rinegoziazione dei prezzi.
Il think tank italiano per il clima Ecco propone un’altra strada: l’Italia, si legge in un’analisi, “potrebbe sostituire l’equivalente dei volumi di gas qatarino attraverso risparmi, rinnovabili, efficienza ed elettrificazione, facendo pieno utilizzo delle infrastrutture di importazione esistenti e della cattura delle emissioni di metano lungo la filiera di gas algerina”. “Ricorrere a investimenti in nuove infrastrutture e nuovi giacimenti gas non è necessario”, osserva Ecco, che esclude anche la ricerca di nuovi fornitori. “L’Italia potrebbe sostituire in modo strutturale l’equivalente di oltre l’85% delle importazioni di gas dal Qatar in dodici mesi su tre fronti: rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione dei consumi”. Nell’immediato, “è inoltre fondamentale preservare le attuali riserve di stoccaggio di gas (in Italia al 44% rispetto al 29% della media europea) attraverso un piano di risparmio sistematico, supportato da una campagna di sensibilizzazione, per non dover sostenere costi di riempimento proibitivi per riportare i volumi alla soglia di sicurezza dell’80-90% necessaria per il prossimo inverno”.
La scelta più efficace per ridurre i prezzi del gas e l’esposizione alla volatilità dei mercati fossili è “abbattere strutturalmente la domanda, anziché aumentare la dipendenza da forniture esterne, soprattutto da paesi caratterizzati da instabilità o fragilità politica. Inoltre, la sottoscrizione di nuovi accordi di approvvigionamento con paesi come l’Algeria dovrebbe essere più trasparente per capire i costi reali per consumatori e imprese e non dovrebbe incentivare nuova produzione di gas”.
La chiusura di Ras Laffan comporta conseguenze pesanti per l’economia mondiale. Il Qatar è il secondo produttore mondiale di elio, sottoprodotto della lavorazione del gas, con una quota pari a circa il 33% della produzione globale. E l’elio è fondamentale nei processi di raffreddamento dei “wafer” di silicio e nell’incisione dei circuiti integrati di ultima generazione necessari per l’intelligenza artificiale. Il gas viene raffreddato allo stato liquido e immagazzinato in contenitori isotermici per il trasporto attraverso lo Stretto di Hormuz. Circa 200 di questi container sono bloccati in Medio Oriente.