Cospito, Almasri, lo sparo di Capodanno e i detenuti che “non respirano”: tutti i guai del duo Delmastro-Bartolozzi
“Per me è un’intima gioia l’idea di far sapere ai cittadini come non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato”, cioè il vetro dell’auto della Polizia penitenziaria. Gli affari con i prestanome del clan Senese, che alla fine lo hanno costretto a dimettersi, non sono il primo guaio in cui si caccia il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. La frase che precede, per dire, l’aveva pronunciata alla presentazione di una nuova auto blindata per il trasporto di detenuti, scatenando un vespaio di polemiche da parte delle opposizioni.
Ma forse questa uscita un po’ avventata è persino il problema meno grave che l’esponente di Fratelli d’Italia ha causato al governo. L’imbarazzo peggiore, prima dello scandalo svelato dal Fatto sulla “Bisteccheria d’Italia”, era il processo in cui è stato condannato a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio: sfruttando il suo ruolo al governo, aveva procurato al compagno di partito Giovanni Donzelli documenti riservati sui colloqui in carcere al 41-bis dell’anarchico Alfredo Cospito. Materiale che poi Donzelli aveva usato in Aula per attaccare i deputati del Partito democratico che avevano fatto visita a Cospito, in quel momento in sciopero della fame.
Ma Delmastro è stato protagonista anche di un altro caso imbarazzante per la maggioranza: quello dell’ex deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo, ora passato a “Futuro nazionale” di Vannacci, che a una festa di Capodanno in provincia di Biella sparò un colpo di pistola che ferì il genero di un agente di scorta del sottosegretario (per questo è stato condannato a un anno e tre mesi per porto di arma abusiva). A quella festa era presente anche Delmastro, che ha sempre detto di non aver assistito alla scena, scaricando l’ex amico Pozzolo (che di recente si è sfogato in un’intervista al Fatto).
Anche Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto del ministero della Giustizia, non è nuova a finire nell’occhio del ciclone. Prima della gaffe che l’ha costretta a dimettersi (l’invito a votare Sì per “togliersi di mezzo la magistratura”) la “zarina” di via Arenula era già finita nella bufera per il caso di Osama Almasri, il generale libico ricercato per torture dalla Corte penale internazionale, arrestato in Italia e poi scarcerato e rimpatriato per la consapevole inerzia del governo. A gestire la pratica era stata proprio Bartolozzi, che è finita indagata per false dichiarazioni ai pm nell’ambito dell’indagine per favoreggiamento a carico del ministro Carlo Nordio e di altri tre membri del governo.