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L’ombra dei clan dietro la protesta anti-Lotito: il vice di Diabolik e il marchio che finanzia la curva

Roma - Nella protesta dei tifosi della Lazio contro la gestione del club, spunta la figlia di Ettore Abramo detto "Pluto", considerato intraneo ai Senese, in una società che, con i suoi gadget, finanzia il megafono della protesta. Gli investigatori temono un ritorno al 2006. Venerdì la perquisizione in una tipografia
L’ombra dei clan dietro la protesta anti-Lotito: il vice di Diabolik e il marchio che finanzia la curva
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Ci sono migliaia di tifosi della Ss Lazio legittimamente scontenti per come viene gestita la società. Un intero popolo che, piaccia o no, rinuncia a un abbonamento che costa soldi e sacrifici per protestare contro il presidente (e senatore) Claudio Lotito. Ma poi ci sono anche gli interessi della criminalità, che – lo dicono le sentenze – nella Curva Nord dello Stadio Olimpico non sono mai mancati. Anzi. Così ora si scopre che la famiglia di uno dei più importanti narcotrafficanti romani, Ettore Abramo detto “Pluto”, è coinvolta in una filiera societaria che, attraverso gadget biancocelesti non ufficiali, punta a finanziare “La Voce della Nord”, il megafono degli Ultras Lazio – eredi degli Irriducibili – e dell’ala più dura della protesta contro Lotito.

Il Fatto può rivelare un elemento che non è sfuggito ai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma, ovvero la presenza di Alessia Abramo, figlia incensurata di Ettore, nella società “Noi Oltre 365”. Andando indietro nel tempo, nel 2022 “La Voce della Nord” pubblicava sul suo profilo questo messaggio: “Il nuovo materiale del marchio ‘Noi oltre 365’ servirà solo ed esclusivamente per autofinanziare le spese sostenute dal gruppo”. Nel frattempo però il “marchio” è cresciuto e ha permesso agli Ultras Lazio di aprire una nuova sede, il pub “Maledetti Laziali” in via Santa Maria Ausiliatrice, nel quartiere Colli Albani di Roma, dove viene appunto venduto il materiale. Il luogo non è casuale. Nel giro di poche centinaia di metri ci sono l’ex sede degli Irriducibili (sgomberata da tempo), la sede di Forza Nuova e il ristorante “Bisteccheria d’Italia”, aperto nel 2025 da una società fondata da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia – quest’ultimo condannato per reati di mafia essere stato il prestanome del clan Senese – insieme, tra gli altri, al sottosegretario alla Giustizia – e tifosissimo laziale – Andrea Delmastro Delle Vedove (che è uscito dalla società il 26 febbraio scorso).

E intraneo al clan Senese era ritenuto anche Ettore Abramo, 60 anni, ex braccio destro e amico d’infanzia di Fabrizio Piscitelli detto “Diabolik”, storico e carismatico leader della Curva, ucciso con un colpo di pistola il 7 agosto 2019 su una panchina del Parco degli Acquedotti a Roma. Entrambi erano indagati nell’inchiesta “Grande Raccordo Criminale”, che poterà alla condanna definitiva per Abramo. Quest’ultimo è stato anche arrestato il 5 dicembre scorso in un’altra operazione dei carabinieri che indagano sulla rete dei Senese. Il suo nome e quello del presunto boss Michele, d’altronde, erano uno dopo l’altro già nel 2011, nell’ordinanza dell’operazione “Alba Tulipani”, poi finita nel nulla ma i cui atti servirono per istruire il processo “Affari di Famiglia”, quello che portò alla condanna del ristoratore Caroccia. Come se non bastasse suo figlio Luca Abramo lo scorso anno è stato arrestato per gli scontri al derby Roma-Lazio. Tutto torna, insomma.

E oggi? Sebbene all’appello generale a disertare lo stadio oggi aderiscano intellettuali, giornalisti, politici e personaggio di ogni status e levatura, “La Voce della Nord” e la curva in generale continuano a dettare la linea. Con comunicati e iniziative. Non siamo ai livelli in cui “Mr. Enrich” era più diffuso dell’Aquila sulle sciarpe biancocelesti, ma ora gli investigatori temono si torni al 2006, quando – si scoprì – dietro alla feroce contestazione degli storici capi della curva c’erano il merchandising e la “scalata” alla società (il processo in Appello è ancora in corso).
Così venerdì mattina i carabinieri hanno dato un primo segnale, eseguendo una perquisizione nei confronti di una tipografia ai Castelli Romani in cui si stampava materiale destinato a supportare la contestazione. Si tratta di un’inchiesta che, apparentemente, nulla ha a che fare con gli affari della famiglia Abramo. Deriva però da una denuncia dello stesso Lotito in cui si passano in rassegna stalking telefonico, minacce di morte e sciopero del voto (Lotito è senatore di Forza Italia).

Le frasi contenute dei volantini “affissi in tutta la Provincia di Roma” di per sé non sembrano particolarmente violente (“Libera la Lazio” “Lotito Vattene”, “Finché c’è Lotito non avrete il nostro voto”). Sul web è subito scattata la protesta dei tifosi laziali che hanno visto l’operazione come una tutela all’uomo politico. Ma per gli investigatori si tratta di segnali da non trascurare. E’ stata infatti notata una “capacità organizzativa” fuori dal comune, “talmente elevata da risultare particolarmente compatibile con la rinomata organizzazione di tipo militare dei gruppi di tifo ultras, ed in particolare con quello dei cosiddetti Ultras Lazio, eredi degli Irriducibili di Fabrizio Piscitelli”, scrivono i carabinieri nel documento svelato ieri da Repubblica. Negli atti si fa riferimento a un pub di Frascati, Mcm Lazio Beer&Shop, riconducibile agli stessi proprietari della tipografia. E Mcm Lazio è anche il nome di un altro negozio di gadget, in via Tuscolana.

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