Domenico Caliendo, perché non fu usato il Berlin Heart? Le indagini dei pm per verificare alternative all’Ecmo
L’inchiesta sulla morte di Domenico Caliendo – il bimbo di 2 anni e 4 mesi morto il 21 febbraio dopo il trapianto di un cuore danneggiato – si sta progressivamente concentrando sulla fase successiva a quanto avvenuto nella sala operatoria dell’ospedale Monaldi la mattina del 23 dicembre 2025 quando il cuore prelevato a Bolzano arrivò a Napoli “inglobato in un blocco di ghiaccio”. In attesa del secondo round dell’autopsia – con esami specifici previsti all’Istituto di Medicina legale di Bari il prossimo 28 aprile – gli inquirenti si sono posti l’obiettivo di verificare se esistessero alternative terapeutiche in grado di modificare l’evoluzione clinica del paziente. In particolare, l’attenzione si è spostata .come riportano Il Mattino e La Repubblica – sull’eventuale utilizzo del Berlin Heart, un dispositivo di assistenza ventricolare impiegato nei pazienti pediatrici con insufficienza cardiaca grave. Del dispositivo se ne era parlato quando le condizioni bimbo – tenuto in vita dall’Ecmo – erano diventate disperate ma ancora veniva fatto credere alla famiglia che fosse nuovamente trapiantabile. Speranza definitivamente tramontata dopo un consulto di più esperti, il 18 febbraio.
Le domande del gip
Il giudice per le indagini preliminari Mariano Sorrentino, nell’ambito dell’incidente probatorio in corso, ha chiesto al collegio di esperti di accertare se, dopo l’intervento del 23 dicembre, “eventuali condotte alternative” avrebbero potuto determinare, con un elevato grado di probabilità logica, una diversa evoluzione clinica. Il quesito introduce formalmente nel procedimento il tema delle scelte effettuate dopo il trapianto, e in particolare delle strategie adottate di fronte a un organo risultato non funzionante perché danneggiato.
Secondo la ricostruzione investigativa, il cuore arrivato da Bolzano al Monaldi si presentava privo di segni vitali, a causa del deterioramento legato alle modalità di trasporto ovvero un contenitore fuori dalle linee guida e ghiaccio secco per la conservazione che aveva di fatto bruciato i tessuti. Nonostante ciò, l’intervento era stato avviato: il torace del bambino era già stato aperto prima di scoprire che l’organo era inutilizzabile. Il cuore malato del bimbo era stato già espiantato. In questa fase si colloca uno dei passaggi centrali dell’indagine: la gestione immediata della situazione intraoperatoria e le decisioni successive. Dopo l’impianto dell’organo compromesso, il piccolo paziente fu inserito in lista per un nuovo trapianto e collegato all’Ecmo, sistema di ossigenazione extracorporea che ha garantito il supporto vitale fino al decesso, avvenuto il 21 febbraio dopo circa sessanta giorni. L’uso prolungato di questa tecnologia è noto per poter comportare complicazioni significative, elemento che rafforza la necessità di verificare se fossero disponibili opzioni alternative.
Le indagini
In questo contesto si inserisce il nuovo filone d’indagine aperto dalla Procura di Napoli, coordinata dal pm Giuseppe Tittaferrante e dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, che ha delegato i carabinieri del Nas ad acquisire elementi sul mancato utilizzo del Berlin Heart. Il dispositivo, già impiegato in ambito pediatrico come supporto meccanico temporaneo, consente una circolazione sanguigna assistita attraverso un sistema esterno di pompaggio collegato al cuore del paziente. Uno degli aspetti centrali riguarda la disponibilità effettiva del Berlin Heart presso il Monaldi. Gli inquirenti intendono acquisire documentazione su eventuali precedenti utilizzi, sulla presenza del dispositivo nella struttura e sui protocolli clinici che ne regolano l’impiego. Parallelamente, si punta a chiarire se, nel caso specifico, sussistessero le condizioni cliniche per un suo utilizzo e se tale opzione sia stata valutata.
Tra le ipotesi al vaglio vi è anche quella di un possibile passaggio dall’Ecmo al Berlin Heart nei giorni successivi all’intervento. Indicazioni cliniche richiamate nel corso dell’indagine suggeriscono che, in assenza di segnali di ripresa cardiaca entro un arco temporale limitato, il ricorso a un sistema di assistenza ventricolare possa rappresentare una strategia alternativa, previa verifica dei requisiti del paziente. Anche questo aspetto rientra tra le verifiche richieste al collegio peritale.
Il Berlin Heart
Il filone sul Berlin Heart si affianca ad altri ambiti già oggetto di approfondimento. Il primo riguarda eventuali danni subito dal cuore durante il prelievo, poi le modalità di trasporto dell’organo da Bolzano, ritenuto compromesso anche per l’impiego di ghiaccio secco e per l’utilizzo di un contenitore non conforme ai protocolli più aggiornati, nonostante la disponibilità di sistemi più avanzati. Il secondo riguarda la sequenza delle operazioni tra l’arrivo del cuore e l’inizio dell’intervento, con particolare riferimento alla tempistica dell’espianto del cuore nativo, avvenuto alcuni minuti prima di verificare che il muovo organo fosse utilizzabile.
Su quest’ultimo punto sono in corso ulteriori accertamenti tecnici, anche attraverso l’analisi di materiale video e fotografico acquisito dagli investigatori, che potrebbe consentire di ricostruire con maggiore precisione la cronologia degli eventi in sala operatoria. L’obiettivo è verificare la coerenza tra quanto documentato e quanto riportato negli atti clinici. Nel procedimento rientra anche la posizione dei medici coinvolti, per i quali la Procura ha ipotizzato il reato di falso ideologico in relazione all’indicazione degli orari dell’intervento. Tra i due indagati anche il cardiochirurgo Guido Oppido, in sala operatoria a Napoli, che fino all’ultimo aveva sostenuto con la madre del bimbo che avrebbe potuto trapiantare un altro cuore al figlio.