Di poesia c’è bisogno. In Francia lo hanno capito bene
di Pietro Fucile
Il 21 marzo non segna solo il risveglio della natura, è anche la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 per celebrare la parola poetica come custode della diversità linguistica e ponte universale tra i popoli. In Francia, l’iniziativa “Le Printemps des Poètes” trasforma le città in palcoscenici a cielo aperto, portando i versi fin nelle metropolitane e nelle scuole come un bene pubblico essenziale. Per portata e partecipazione, è considerato il più importante evento poetico al mondo. In Italia, sebbene la giornata si animi con letture e incontri nelle biblioteche, la ricorrenza non gode ancora del rilievo che meriterebbe. Una carenza che invita a una seria riflessione.
In un’epoca dominata dall’utilitarismo, dalle performance e dalle skills, lo spazio per la poesia tende a contrarsi. Tuttavia, quando a questo scenario si aggiungono arroccamenti identitari e dispute territoriali, tali spazi rischiano di ridursi a “riserve per reietti”. È opportuno ricordare che la storia letteraria italiana ha talvolta sofferto di una parzialità geografica persino nelle sedi istituzionali. Emblematico è il caso delle linee guida ministeriali del 2010, quando l’elenco degli autori suggeriti per i programmi scolastici escluse paradossalmente le grandi voci del Mezzogiorno, anche se premi Nobel come Quasimodo.
Eppure, di poesia c’è bisogno. Non di una poesia “istituzionale”, non di esercizi di stile, ma di “un pane quotidiano” che ci faccia sentire il battito del vicino e il respiro della terra. Franco Arminio ci ricorda che la poesia è “l’arte di fare attenzione”, un modo per riparare le crepe del mondo partendo dai margini, dai paesi abbandonati, dai silenzi che nessuno vuole più ascoltare. Non è un lusso per pochi, ma una misura di igiene spirituale necessaria per restare umani quando tutto intorno ci spinge a diventare algoritmi.
In Francia lo hanno capito bene, hanno anche le “Village en poésie”. Lì la poesia non è chiusa nelle accademie, per tutto il mese di marzo, abita le strade. Durante il Festival “Printemps des Poètes”, i versi diventano affissioni pubbliche, occupano i vagoni del metrò, si mescolano al rumore del traffico. È una poesia civile che si sporca le mani con la realtà.
Proprio da questa terra è fiorito uno dei gesti poetici più necessari del secolo scorso, quello di Boris Vian. La sua canzone “Le Déserteur” è una poesia che si fa atto di disobbedienza d’amore. Scritta nel 1954, nel pieno della guerra d’Indocina, Vian scrive a “Monsieur le Président” per urlare che la vita è sacra e che non ha intenzione di uccidere povera gente. C’est actuel, n’est ce pas?
È questa la forza che manca oggi: una poesia che sia ponte e non muro, che ci dia il coraggio di disertare l’odio e di riscoprire la meraviglia. Insegnare Quasimodo o ricordare Vian – come ha fatto, con sensibilità rara e alla sua maniera, Dargen D’Amico all’ultimo Festival di Sanremo – non è un dovere burocratico, ma l’unico modo che abbiamo per non morire di solitudine in mezzo alla folla.