La truffa delle carriere separate e i rischi per l’indipendenza della magistratura: tutti i motivi per votare No al referendum sulla riforma Nordio
Domenica e lunedì si vota per il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura, approvata dal Parlamento e firmata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dalla premier Giorgia Meloni. In un altro articolo abbiamo passato in rassegna i contenuti della legge voluta dal governo. Qui invece trovate, spiegate dal nostro punto di vista, tutte le ragioni di merito, di metodo e di contesto (riassunte in questo volantino da 15 punti da scaricare e stampare) per bocciare nelle urne un disegno che indebolisce la magistratura a vantaggio della politica, e quindi utile al potere ma non ai cittadini.
La truffa della separazione
- Iniziamo col dire che la separazione delle carriere è un falso problema. Da qualche anno ormai – per la precisione dal 2022 – i percorsi professionali di giudici e pm sono già di fatto separati: il passaggio da una funzione all’altra è consentito una sola volta e solo nei primi dieci anni di carriera, con l’obbligo di trasferirsi in un altro distretto giudiziario (cioè in un’altra regione o comunque a centinaia di chilometri di distanza) proprio per evitare di far sorgere dubbi sull’imparzialità. A causa di questi limiti, dal 2019 al 2024, a “traslocare” dal ruolo di giudice a quello di pm o viceversa sono stati in media una trentina di magistrati l’anno, lo 0,34% del totale. Anche il presunto “appiattimento” dei magistrati giudicanti sulle tesi dell’accusa è smentito dalle statistiche: secondo gli ultimi dati resi noti dal ministero, il 54,8% dei giudizi ordinari termina con una sentenza di assoluzione.
- La teoria secondo cui la difesa dev’essere “sullo stesso piano” dell’accusa è un nonsenso: nel nostro sistema i pm, come i giudici, lavorano per cercare la verità e non per ottenere una condanna (tanto che in fase d’indagine chiedono l’archiviazione nel 40% dei casi). Se il pm trova una prova a favore dell’imputato, ha il dovere di sottoporla al giudice; se emerge che l’imputato è innocente, ha il dovere di chiedere l’assoluzione (se non lo fa commette un illecito disciplinare). Per l’avvocato è il contrario: la deontologia gli impone di lavorare solo nell’interesse del suo cliente, a prescindere da quello di cui è convinto (anzi, se depositasse prove che lo danneggiano commetterebbe un reato). “Parità delle parti”, quindi, non significa che le due figure abbiano lo stesso ruolo, ma che devono confrontarsi ad armi pari nel corso del processo, sulla base delle stesse regole. E a vigiliare sull’applicazione di queste regole è il giudice, terzo e imparziale.
- Per separare completamente le carriere di giudici e pm, in ogni caso, non serviva affatto cambiare la Costituzione: bastava una legge ordinaria per impedire definitivamente il passaggio da una funzione all’altra, o anche per prevedere concorsi e tirocini differenziati. La riforma invece fa qualcosa in più: divide la magistratura in due ordini, governati e tutelati da organi diversi. Perché questa scelta? La motivazione di evitare che i pm “diano i voti” ai giudici non sta in piedi: non si capisce allora perché riunire le due categorie nell’Alta Corte disciplinare, permettendo ai pm addirittura di far perdere il lavoro ai magistrati giudicanti. Peraltro, nessuno si preoccupa quando a “dare i voti” ai giudici sono gli avvocati scelti dai partiti: eppure è proprio ciò che succede nel Csm attuale e continuerà a succedere nei due Csm futuri.
I rischi per l’indipendenza dei magistrati
- Spaccare in due la magistratura produrrà invece alcuni effetti più subdoli e pericolosi. Intanto, trasformare i pubblici ministeri in un corpo a parte, autogovernato da un proprio Csm, rischia di allontanarli dalla cultura professionale condivisa con i giudici, trasformandoli in figure molto più simili a poliziotti: meno attenti ai diritti degli indagati, più interessati a ottenere arresti e condanne. Soprattutto, però, la separazione apre la strada a differenziare le garanzie di indipendenza tra i magistrati giudicanti e quelli dell’accusa, gettando le basi per un controllo politico sulle indagini. D’altra parte, in tutti i Paesi occidentali in cui lo status dei giudici è diverso da quello dei pm, questi ultimi rispondono in qualche modo all’esecutivo: l’esempio di scuola è quello degli Usa, dove i procuratori sono subordinati all’Attorney general, il nostro ministro della Giustizia, e le indagini sgradite al governo (come quelle sulle violenze dell’Ice) semplicemente non si fanno.
- Per spingere la riforma, i sostenitori del Sì ripetono che nella maggior parte dei Paesi europei le carriere sono in qualche modo separate, e l’Italia è un caso quasi unico. È vero: ma lo è in senso positivo. Il Consiglio d’Europa, l’organizzazione per la democrazia e i diritti umani a cui aderiscono 46 Stati del Vecchio continente, ha individuato il sistema italiano come modello da imitare: “Gli Stati devono prendere provvedimenti concreti al fine di consentire a una stessa persona di svolgere successivamente le funzioni di pubblico ministero e quelle di giudice, o viceversa”, una possibilità che “costituisce una garanzia anche per i membri dell’ufficio del pubblico ministero” contro il rischio di ingerenze da parte del potere politico, si legge in una raccomandazione del 2000.
- Per negare il rischio di un controllo politico sui pm, i sostenitori del Sì ripetono che resterà intatto l’articolo 104 della Costituzione, in base al quale la magistratura “costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Ma questo non vuol dire nulla: dichiarazioni simili si trovano anche nelle Costituzioni dei peggiori regimi autoritari, dall’Iran alla Cina fino alla Corea del Nord. D’altra parte, se bastasse affermare un principio per renderlo effettivo avremmo probabilmente risolto ogni problema del mondo.
- La verità è che l’indipendenza dei magistrati, pur restando formalmente garantita nella Carta, potrà tranquillamente essere svuotata con leggi ordinarie dalla maggioranza del momento. Ad esempio, basta cambiare un articolo del Codice di procedura penale per togliere al pm la direzione della polizia giudiziaria durante le indagini: in questo modo le inchieste sarebbero orienbtate dai vertici delle forze dell’ordine, che rispondono al governo, e il ruolo del magistrato si limiterebbe a quello di “avvocato dell’accusa” durante il processo (come d’altra parte lo lo ha definito Nordio). Non solo: sempre modificando la legge ordinaria si può impedire al pm di aprire indagini di sua iniziativa, obbligandolo a occuparsi solo di quello che gli viene segnalato da altri (e in primis dalle forze dell’ordine). Ancora, il governo e il Parlamento potranno decidere su quali reati indagare con precedenza rispetto agli altri: glielo consente una legge già in vigore, la riforma Cartabia del 2022, che finora non è stata ancora applicata.
La politica e i nuovi Csm
- Ma già con la riforma Nordio l’influenza della politica sulla magistratura è destinata a crescere enormemente. Come abbiamo visto, infatti, i membri dei nuovi Csm e dell’Alta Corte disciplinare saranno individuati con un sorteggio asimmetrico: vero per i magistrati, pilotato – cioè finto – per i politici, che continueranno di fatto a scegliere i propri rappresentanti. Da un lato, quindi, avremo magistrati capitati per caso in un ruolo di grande responsabilità, senza alcuna legittimazione da parte dei colleghi e senza alcuna responsabilità elettorale nei loro confronti, quindi potenzialmente più sensibili alle lusinghe del potere. Dall’altro, proprio come adesso, una pattuglia di “laici” attentamente selezionati, spesso ex parlamentari di grande esperienza e pelo sullo stomaco, a rappresentare gli interessi dei partiti. Quale dei due gruppi avrà più facilità a orientare le scelte dell’organo? La domanda è retorica.
- Il maggiore peso dei laici si farà sentire soprattutto nelle decisioni più delicate sul piano politico: in primis quelle disciplinari, ma anche i pareri sui disegni di legge del governo, le valutazioni di professionalità dei magistrati più esposti, le “pratiche-manganello” per chiedere il trasferimento d’ufficio di toghe sgradite alla maggioranza (in questa consiliatura ne abbiamo vista più di una, tutte andate a vuoto). Il Csm infatti non è solo un “ufficio di collocamento” che si occupa di nomine e trasferimenti, ma ha una funzione anche – e forse soprattutto – politica. Per questo non è vero che qualunque magistrato è in grado di fare il consigliere perché tutti i giorni prende decisioni delicatissime nel suo lavoro: far parte del Csm implica attitudini molto diverse e soprattutto presuppone di aver conquistato la fiducia di centinaia di colleghi.
Le bugie sul disciplinare
- Infine, è falso dire che i magistrati “non pagano mai“, come fanno Nordio e Meloni per giustificare la creazione dell’Alta Corte. In questa consiliatura la Sezione disciplinare del Csm ha emesso 82 sentenze di condanna su 199, il 41%. Solo in due casi è stato deciso per la sanzione meno grave, l’ammonimento (sostanzialmente senza conseguenze); in 46 casi la censura, che impedisce al giudice o pm sanzionato di concorrere per posti di vertice nei dieci anni successivi; in 17 casi la perdita di anzianità, che influisce sulle prospettive di carriera e di pensione; in nove casi la sospensione dalle funzioni. Ben otto delle sentenze di condanna pronunciate, il 10%, hanno invece inflitto la sanzione più grave, la rimozione dall’ordine giudiziario. Numeri in proporzione molto più alti di quelli delle altre categorie professionali (a partire dagli avvocati).
- Sul piano comparato, invece, l’ultimo rapporto ufficiale del Consiglio d’Europa mostra che il nostro sistema disciplinare è più severo di quello dei grandi Paesi europei: nel 2022 in Italia sono stati puniti 38 magistrati su 9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo 0,19% dei Paesi Bassi (Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati). Allargando l’arco temporale, viene fuori un quadro ancora più netto: in un dossier pubblicato online e consultabile qui, il consigliere del Csm Marco Bisogni ha ricostruito che negli ultimi 15 anni in Italia sono stati sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna (14 sanzioni l’anno) e lo 0,1% della Francia (appena nove).
- Le critiche del governo, inoltre, stridono con il comportamento del ministro della Giustizia, che ha il potere di impugnare le sentenze del Csm di fronte alla Cassazione: nell’attuale consiliatura l’ha fatto appena sei volte su 176 decisioni di merito. Con la creazione dell’Alta Corte, invece, il ricorso in Cassazione non sarà più ammesso e i magistrati diventeranno l’unica categoria di dipendenti a poter perdere il lavoro senza diritto di impugnare il provvedimento di fronte a un giudice.
La forma e il metodo
- “Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti”, diceva uno dei nostri padri costituenti, il giurista Piero Calamandrei. Un modo per dire che a scrivere la Carta dovrebbe essere il Parlamento, espressione della sovranità popolare, e non il governo. In questo caso è successo esattamente il contrario: per la prima volta nella storia della Repubblica, una riforma costituzionale di questa portata è stata approvata in Parlamento (con le quattro votazioni previste) nello stesso identico testo in cui era uscita dal Consiglio dei ministri, senza modificare neanche una virgola. Il dibattito è stato tagliato, gli emendamenti delle opposizioni sono stati respinti in blocco senza discussione, e persino i pochi di maggioranza – proposti da Forza Italia – sono stati fatti ritirare perché, ha spiegato Nordio, il provvedimento doveva essere “blindato”.
- Votare Sì significa di fatto consegnare un assegno in bianco alla politica per riscrivere il governo della magistratura con legge ordinaria. Nella riforma infatti non c’è scritto tutto, anzi: se passerà il Sì, moltissimi aspetti centrali saranno decisi dalle leggi di attuazione, che verranno scritte dal governo e approvate a maggioranza semplice. Ad esempio, bisognerà stabilire quanto sarà lungo l’elenco nell’ambito del quale verranno “sorteggiati” i laici, e se in questo elenco saranno garantite quote di rappresentanza alle opposizioni oppure la maggioranza del momento si approprierà di tutti i posti. Per quanto riguarda l’Alta Corte, invece, sarà decisivo stabilire come saranno composti i singoli collegi giudicanti, quelli di primo grado e quelli d’Appello: sulla carta infatti nulla impedisce che, in un determinato collegio, i giudici di nomina politica possano essere la maggioranza. E quindi avere, da soli, i numeri per punire i magistrati con sanzioni fino all’espulsione.
Il contesto politico
- La separazione delle carriere di pm e giudici è una crociata antica di alcuni settori della politica, di solito gli stessi che manifestano apertamente la volontà di limitare l’azione della magistratura. A farne un totem, in particolare, è stato Silvio Berlusconi, che la propose quando era premier senza riuscire a realizzarla. Ma la riforma rappresentava anche uno dei punti centrali del Piano di rinascita democratica, il programma della loggia eversiva P2 guidata da Licio Gelli, che negli anni Settanta mirava a trasformare la forma di Stato italiana in senso autoritario. In un’intervista al Fatto il figlio di Gelli, Maurizio, ha fatto un endorsement postumo a nome del padre al piano del governo: “Sono certo che avrebbe avuto un’opinione molto favorevole su questa riforma”, ha detto. “La questione della separazione delle carriere non è un tema nuovo, e il fatto che oggi sia al centro di un referendum rispecchia la lungimiranza di mio padre”, le cui idee “sono attuali e continuano a influenzare il dibattito pubblico”.
- La versione ufficiale del governo è che la riforma non è punitiva nei confronti della magistratura, ma serve a migliorare il sistema giustizia. Eppure la legge non incide in alcun modo sulle inefficienze della giustizia: anzi, moltiplica i costi e la burocrazia, perché affida a tre diversi organi le stesse funzioni adesso svolte da uno solo. E a “confessare” il vero obiettivo, più o meno consapevolmente, sono stati i massimi esponenti del governo: la premier Giorgia Meloni (“La riforma è la risposta più adeguata all’intollerabile invadenza di certi magistrati”), il suo braccio destro Alfredo Mantovano (“C’è un’invasione di campo che dev’essere ricondotta”), il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (“O si va fino in fondo e si porta il pm sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere d’impulso sulle indagini”). Ma i più espliciti di tutti sono stati gli autori materiali della riforma: il ministro Nordio, secondo cui “gioverà a chiunque andrà al governo” perché garantirà “libertà di azione” alla politica; e per ultima la sua potente capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Vi lasciamo con le sue parole pronunciate in pubblico qualche giorno fa: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione“. Se questo programma non vi convince, è meglio votare No.