Referendum giustizia, quando si vota e cosa prevede la riforma Nordio: la guida
Il 22 e 23 marzo si vota per il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura firmata dalla premier Giorgia Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. La legge, che modifica sette articoli della Costituzione, è stata approvata dal Parlamento con una maggioranza inferiore ai due terzi, e quindi dovrà essere confermata o respinta dal voto popolare. Le urne saranno aperte dalle 7 alle 23 di domenica 22 marzo e dalle 7 alle 15 di lunedì 23 marzo. Trattandosi di un referendum confermativo, è importante ricordare che non è previsto il quorum: la consultazione sarà valida a prescindere dall’affluenza. Un motivo in più per andare a votare: non farlo significa far scegliere altri al posto nostro. In questo articolo riassumiamo i contenuti della legge costituzionale. A quest’altro link, invece, trovate la guida completa alle ragioni del No: tutti i motivi di merito, di metodo e di contesto per opporsi nelle urne a una riforma che indebolisce la magistratura a vantaggio della politica (riassunte in questo volantino da 15 punti da scaricare e stampare).
Separazione delle carriere
La riforma introduce nella Costituzione il principio delle “distinte carriere” tra i giudici, cioè i magistrati che decidono le cause, e i pubblici ministeri (pm), cioè i magistrati che conducono le indagini e rappresentano l’accusa nel processo penale. Attualmente giudici e pm fanno parte di un unico ordine: sostengono lo stesso concorso e svolgono un tirocinio comune, dopodiché scelgono quale dei due ruoli ricoprire. A certe condizioni possono anche “traslocare” da una funzione all’altra: ma questa possibilità è stata sottoposta nel tempo a limiti molto stringenti, tanto che ormai non si verifica quasi più. Con la riforma, giudici e pm apparterrebbero a due corpi diversi – la magistratura giudicante e la magistratura requirente – con concorsi e percorsi professionali separati: ovviamente non sarebbe più consentito il passaggio da un ruolo all’altro.
Separazione dei Csm
Attualmente le carriere di giudici e pm sono gestite da un unico organo, il Consiglio superiore della magistratura (Csm), composto da venti magistrati (cinque pm e 15 giudici) eletti dai colleghi e da dieci professori universitari e avvocati eletti dal Parlamento, i cosiddetti “laici”. Il Csm garantisce l’indipendenza dei magistrati occupandosi al posto del governo di tutti gli aspetti della loro vita professionale: promozioni, trasferimenti, aspettative, scatti di stipendio, sanzioni disciplinari. Il motivo è evidente: se a decidere su questi aspetti fosse il ministero di appartenenza, come avviene per tutti gli altri dipendenti pubblici, giudici e pm sarebbero continuamente esposti alle ritorsioni del potere politico. Con la riforma i Csm diventerebbero due, uno per i giudici e uno per i pm, sempre composti da due terzi di magistrati e un terzo di “laici” (ma i numeri non sono specificati).
Sorteggio
A cambiare, però, è soprattutto il metodo di elezione dei futuri Csm: i magistrati infatti non potranno più eleggere i propri rappresentanti, che verranno selezionati con un sorteggio. Secondo i promotori della riforma, questo serve ad abbattere il potere delle correnti, cioè i gruppi in cui i magistrati si riuniscono sulla base dei loro orientamenti professionali e ideali (più o meno progressisti, più o meno garantisti e così via). Tuttavia mentre i membri magistrati saranno estratti a sorte, però, i membri “laici” continueranno a essere scelti dal Parlamento; o meglio, saranno formalmente sorteggiati, ma nell’ambito di un elenco votato dalle Camere, di cui non è specificata la lunghezza.
Alta Corte disciplinare
Ai futuri Csm, poi, verrà sottratta una delle funzioni più importanti attualmente svolte dal Csm unico: quella di sanzionare i magistrati che commettono illeciti professionali, con misure variabili da un semplice avvertimento all’espulsione dalla magistratura. Questo compito passerà a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, che si occuperà sia dei giudici sia dei pm. L’Alta Corte sarà composta da 15 membri: nove magistrati (giudici e pm) sorteggiati tra quelli che lavorano o hanno lavorato in Corte di Cassazione, il massimo organo giudiziario italiano; e sei “laici”, sempre professori o avvocati, di cui tre scelti dal Parlamento (con le stesse modalità dei laici dei due Csm) e altri tre nominati dal presidente della Repubblica. Contro le sentenze dell’Alta Corte i magistrati non potranno più ricorrere in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte: a decidere sarebbero dei giudici diversi da quelli che si sono occupati del caso in primo grado.