La Fifa sanziona Israele per finta: la ridicola multa alla Federazione per mettere a tacere le accuse della Palestina
“Il Comitato disciplinare della Fifa sanziona la Federcalcio israeliana”. A leggere il titolo del comunicato ufficiale pubblicato dalla massima organizzazione calcistica mondiale, sembra quasi che le istituzioni del pallone si siano svegliate e abbiano deciso di prendere finalmente posizione su quanto accaduto e continua ad accadere in Palestina. Niente di più sbagliato. La Fifa ha soltanto fatto finta di intervenire, perché non poteva ignorare oltre la questione, ma in realtà la punizione decisa è appena un buffetto: una piccola multa economica, uno striscione e qualche generica raccomandazione, prendendo in considerazione solo gli aspetti meno gravi dell’accusa e anzi riscrivendo in maniera filo-israeliana il diritto internazionale.
NEL 2024 LA DENUNCIA DELLA PALESTINA
Nessuna sorpresa: sul Fatto abbiamo già raccontato il doppiopesismo di Gianni Infantino, perché legato a doppio filo agli interessi politico-economici degli Stati Uniti e quindi anche di Israele. Lo conferma anche quest’ultimo provvedimento “farsa”, che nasce da una denuncia presentata dalla Palestina nel maggio 2024. Ci sono voluti dunque quasi due anni per partorire questa sentenza pilatesca, che dà un colpo al cerchio e due alla botte, pensando a salvare soprattutto le apparenze. La FederCalcio palestinese aveva accusato la corrispettiva israeliana di complicità nelle violazioni del diritto internazionale da parte del governo, con diversi capi d’accusa, tra cui il razzismo, le attività calcistiche organizzate illegalmente nei territori occupati della Cisgiordania e, ovviamente, l’uccisione di centinaia di calciatori nei bombardamenti a Gaza, che hanno avuto tra i tanti effetti collaterali anche quello di mettere in ginocchio il movimento.
LE ACCUSE: RAZZISMO, CALCIATORI UCCISI E ATTIVITÀ ILLEGALI IN CISGIORDANIA
Nel dispositivo prodotto dal Comitato disciplinare vengono annoverati diversi episodi in cui risultano riconosciute le responsabilità della Federazione israeliana. Ad esempio, i ripetuti comportamenti discriminatori de “La Familia”, tifoseria organizzata del Beitar Gerusalemme, la più “razzista” del Paese (per sua stessa ammissione, ama definirsi così). Oppure la condotta di alcuni tesserati, come il presidente della Lega Calcio, Nicolas Lev, che ha condiviso sui suoi profili social un articolo a sostegno delle operazioni a Gaza, oppure le dichiarazioni del giocatore della nazionale Shon Weissman (sempre a favore della distruzione di Gaza), non sanzionati dalla Federazione.
Capitolo ancor più delicato quello sulla Cisgiordania, territorio con una popolazione di 3 milioni di palestinesi e 670mila coloni israeliani, che la Palestina considera parte dei suoi confini: l’IFA invece consente a diverse squadre di calcio (otto per la precisione) di partecipare alle proprie leghe, in violazione delle norme Fifa. Mentre per quanto riguarda il bilancio delle vittime, il report di FARE (Football Against Racism in Europe), network che collabora regolarmente con la Fifa, sulla base di dati pubblicati dalla Federazione palestinese ma confermati anche da fonti indipendenti come l’Associated Press, parla di oltre 382 calciatori uccisi dall’inizio del conflitto. La FederCalcio israeliana, da par suo, ha respinto tutte le accuse al mittente, bollandole come vaghe e prive di valore probatorio. Il procedimento viene sostanzialmente liquidato considerando non competente la Fifa: l’IFA non può essere considerata responsabile della condotta di uno Stato sovrano (Israele) impegnato in un conflitto armato.
CONDANNA SEVERA SOLO A PAROLE
Le conclusioni del Comitato disciplinare della Fifa in realtà sono molto severe, almeno a parole. La Federazione israeliana è stata ritenuta colpevole di “non aver rispettato i propri obblighi (…) consistenti nel non aver intrapreso azioni significative e trasparenti contro le condotte discriminatorie e nella sua tolleranza di messaggi politicizzati e militaristici in contesti calcistici”. “Ha omesso di promuovere i valori di pace, uguaglianza e dignità umana”. Si parla addirittura di grave “danno reputazionale causato al calcio, sia a livello nazionale che internazionale”.
LA PENA: UNA MULTA E UNO STRISCIONE
Questi giudizi però non si traducono in una sanzione altrettanto pesante. Non c’è nessuna squalifica o sospensione. Israele viene condannata per gli articoli 13 (comportamenti offensivi e violazioni dei principi del fair play) e 15 (discriminazione e abusi razzisti), mentre le accuse più gravi vengono dimenticate. Alla fine la pena consiste soltanto in una multa di 150.000 franchi svizzeri (165mila euro). Un terzo della cifra dovrà essere investito nell’attuazione di “un piano completo volto a garantire azioni contro la discriminazione e a prevenire il ripetersi di episodi simili”, su cui però non si hanno informazioni chiare. Si dice semplicemente che il piano dovrà essere approvato dalla Fifa e dovrà concentrarsi su “riforme, protocolli, monitoraggio e campagne educative”: formule generiche che lasciano il sospetto che non ci sia alcuna concreta prescrizione per impedire il reiterarsi delle condotte censurate. E poi, pur certificando l’esistenza di “un sistema strutturale di segregazione” a danno degli atleti palestinesi, il Comitato non si è pronunciato nel merito dell’illegalità delle attività calcistiche in Cisgiordania. Anzi, di fatto ha fornito una interpretazione filo-israeliana, definendo “irrisolto” lo stato giuridico della West Bank, quando invece nel diritto internazionale è considerata un territorio palestinese occupato da Israele dal 1967 e gli insediamenti coloniali sono stati giudicati illegali dalle Nazioni Unite e dalla Corte Internazionale di Giustizia. La chicca finale: l’obbligo di esporre un grande striscione con le parole “Il calcio unisce il mondo – No alla discriminazione” nelle prossime tre partite della nazionale. Adesso sì che la Fifa ha fatto giustizia…