Il mondo FQ

Se il processo penale fosse una partita, il pm sarebbe il guardalinee. Non una squadra come pensa qualcuno

In Italia usare la metafora calcistica è una strategia di marketing infallibile. Forse per questa ragione i sostenitori del Sì la ripetono all’infinito
Se il processo penale fosse una partita, il pm sarebbe il guardalinee. Non una squadra come pensa qualcuno
Icona dei commenti Commenti

di Lelio Freccero

Il gioco del calcio è nel Dna di noi italiani, conosciamo tutti questo gioco, se non direttamente, per osmosi, come mia madre, a cui il pallone non interessa, però guardava intere partite in tv per intravedere il volto del figlio in tribuna (al mondiale Germania 2006 c’è anche riuscita).

In Italia usare la metafora calcistica è una strategia di marketing infallibile. Forse per questa ragione i sostenitori del Sì la ripetono all’infinito. Il direttore Sallusti in ogni dibattito ribadisce “Immaginate una partita in cui l’arbitro, invece di essere neutro, appartiene ad una delle squadre”. Segue Antonio Di Pietro “Il processo penale di tipo accusatorio è come una partita di calcio. In campo ci sono le parti, l’accusa e la difesa che sono sullo stesso piano e giocano davanti a un giudice che tecnicamente dovrebbe essere terzo. Il problema è però che il terzo e il primo son fratelli di sangue. Nessuno vorrebbe giocare una partita dove arbitro e calciatore sono parenti”. E come dargli torto, già si sente il coro dalla curva “Arbitro venduto”.

Da amanti del calcio proviamo a simulare questa partita immaginaria. Il giudice è l’Arbitro, la squadra Accusa è il pubblico ministero, la squadra Difesa è l’accusato, lo stadio è il tribunale. I tifosi? Non ci sono, poco male. Calcio d’inizio, la Difesa fa passaggi molti veloci, ha giocatori di valore, ricchi sponsor, un allenatore da Champions (di quelli in giacca e cravatta). L’Accusa si copre, usa la tattica del catenaccio, ha un libero che ferma tutti, senza fare troppa differenza tra caviglie e pallone. L’arbitro fischia poco, un arbitro all’inglese direbbe qualcuno, per altri semplicemente un venduto. Dopo un rimpallo a centro campo, l’Accusa fa un lancio in profondità al centravanti, una vecchia gloria in sovrappeso, che si trova la palla tra i piedi e, in evidente posizione di fuori gioco, supera il portiere e segna. L’Accusa esulta mentre la Difesa si scaglia contro l’arbitro a protestare. Intervallo pubblicitario.

Ma stiamo davvero facendo paragoni corretti? In una partita, in teoria, vince la squadra più forte e la forza dipende dalla forma fisica, da chi corre di più, dalla disciplina nel tenere la posizione in campo, dal talento dei giocatori. Nella giustizia, invece, dovrebbe “vincere” la parte che ha non ha violato la legge oppure “perdere” quella che ha violato più regole. Se proprio vogliamo forzare la similitudine calcistica nel processo, dovremmo immaginare una partita in cui a vincere non è la squadra più forte, cioè quella che segna più reti, ma la squadra che fa meno falli, o che più rispetta le regole. Immaginate che noia di partita!

Torniamo alla nostra simulazione. I giocatori della Difesa furiosi indicano l’assistente arbitrale, il meglio noto “guardalinee”. Flashback. Che Sallusti e Di Pietro abbiano fatto confusione con i ruoli e si siano dimenticati dell’assistente arbitrale? Tutto sommato il pubblico ministero non può essere paragonato a una delle squadre in campo poiché il suo ruolo non è “vincere” ma accertarsi che le regole siano rispettate. Allo stesso modo il guardalinee ha il compito di segnalare l’uscita del pallone, le posizioni di fuorigioco e i falli non visti dall’arbitro lungo le linee laterali. Secondo la Figc l’assistente deve essere in totale allineamento tecnico con l’arbitro, agendo come un unico team per la corretta direzione della gara.

Rieccoci sul terreno di gioco. L’arbitro, su insistenza della Difesa, guarda in direzione del guardalinee, il quale dritto come un soldatino tiene in alto la bandierina. L’arbitro fischia, offside, rete annullata. Il pubblico ministero è il guardalinee e non l’avevano capito.

Preferirei di NO

A cura di Paolo Frosina
Ogni martedì, fino al referendum, la newsletter del Fatto racconta le ragioni del NO.
Iscriviti alla newsletter
Preferirei di NO

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione