Questa par condicio non è una cosa seria: a cosa servono i richiami di Agcom, così tardivi?
Alla fine l’Autorità Garante delle comunicazioni, sollecitata da settimane, ha battuto un colpo. Quindi esiste e lotta insieme a noi, verrebbe da dire parafrasando un vecchio slogan post-sessantottino. Perché il dubbio di questa campagna elettorale era stato quello di sempre; che ne è della par condicio, dov’è l’Agcom? Con gli ultimissimi episodi di infrazione su Rete4 e le furbe modalità notturne di garantire al No una presunta parità di trattamento sulle reti Mediaset, si era avuta insomma la sensazione che l’Agcom non ci fosse o che si fosse addormentata. Le ingiunzioni last minute a Rete4 e Nove, per quanto sacrosante, giungono però in ritardo e solo a parziale compensazione dei danni fatti da vari attori lungo tutta la campagna. Ciò anche per un sistema di rilevamento, affidato a Geca Italia, che elabora dopo 4 giorni i dati dell’ultima settimana rilevata e che in campagna elettorale tralascia di monitorare gli esponenti politici come pure andrebbe fatto: un minuto di parola di un politico di terza fascia non pesa quanto lo stesso tempo utilizzato dalla premier o da un leader. Un sistema da rivedere, sperimentando magari anche altre società per un monitoraggio più incisivo e puntuale.
Ma facciamo un passo indietro. Si dice che Meloni e soci comunichino bene e che è anche questo il segreto del loro permanente consenso. Con il referendum però le cose pare stiano andando diversamente, sia a leggere i sondaggi fino a dieci giorni fa che per ammissione di qualche ministro. Forse che le strategie meloniane si sono improvvisamente inceppate, come accadde, un po’ più precocemente, a Renzi? Di colpi alla narrazione referendaria destrorsa ce ne sono stati, in particolare il clamoroso rovesciamento dei fatti di Rogoredo ha vanificato con grande risonanza mediatica la pronta strumentalizzazione della premier e dei suoi alleati. Il nervosismo della compagine governativa è diventato evidente negli ultimi 15 giorni: dall’intervento a gamba tesa di Meloni sul caso dei bambini della casa nel bosco alle recenti sollecitazioni di qualche suo sodale che ha chiesto di utilizzare tutti i mezzi, anche quelli più biecamente clientelari, per estorcere il Sì agli elettori. In una curiosa, e speriamo beneaugurante, assonanza con gli inviti del 2016 di De Luca ai sindaci campani, che li invitava ad apparecchiare fritture acchiappavoti per il referendum renziano.
Forse non è accaduto come nel 1995 quando una campagna di spot devastante su Mediaset fece vincere il No al ridimensionamento del monopolio tv di Berlusconi, mettendo una pietra tombale su una possibile riforma, ma i tentativi di forzature propagandistiche del fronte del sì si sono succedute in un crescendo rossiniano. E qui torniamo al problema davvero grosso di un’Autorità poco attrezzata per far fronte alle necessità di vigilanza: tra l’altro per un’effettiva azione di deterrenza bisognerebbe vigilare giorno per giorno, magari con riunioni quotidiane dell’Agcom, che invece nell’ultimo mese prima del 22 marzo si è riunita solo 3 o 4 volte!
L’azione di quest’ultima poi, già blanda di suo, quando c’è appare discutibile. Oltre ai provvedimenti di ieri, 15 giorni fa aveva invitato La7 e Nove a riequilibrare a favore del Sì la loro programmazione, ma non lo aveva fatto con Rete4 (o anche Radio24) dove lo sbilancio per il Sì e a sfavore del No (per lo stesso periodo) ha percentuali simili a quelle contestate a La7. E’ inutile aggiungere le tante altre faziosità lasciate impunite, come Tommaso Cerno che irride su Rai2 i portavoce del No, le interviste fiume a Meloni e la preponderanza in questo ultimo periodo, tra gli esponenti politici, della Presidente del Consiglio che ha goduto di una presenza tv tre volte superiore rispetto al primo esponente dell’opposizione.
Tutto ciò ci conferma ancora una volta che la vigilanza sul rispetto della par condicio in periodo elettorale non è una cosa seria: è tardiva, piena di buchi, inefficace. Poi certo, non ci sarebbe bisogno di regole, sanzioni e par condicio, come ha osservato Zaccaria, se non esistesse l’abnorme duopolio Rai-Mediaset e il sistema fosse davvero plurale. Perché, attenzione, nonostante il digitale e l’apparente proliferare di canali, la maggior parte di essi appartengono al polo Rai-Mediaset che gestisce dai 2/3 ai 3/4 degli ascolti.
P.S.: Domanda per il Garante, ma perché Radio Radicale, così schierata per il Sì e finanziata dallo Stato, non viene monitorata insieme alle altre radio?