L’Italia ancora penultima tra i Paesi Ocse per ripresa dei salari reali dopo il crollo causato dall’inflazione
La ripresa dei salari reali c’è, ma procede a rilento. E per l’Italia il recupero del potere d’acquisto resta tra i più timidi dell’area Ocse. Per la precisione siamo al penultimo posto. È quanto emerge dall’ultimo Wage Bulletin dell’organizzazione parigina. Da un lato i salari tornano a crescere in termini reali dopo lo choc inflattivo, dall’altro il terreno perso tra il 2021 e il 2023 è tutt’altro che recuperato. Nel complesso dei Paesi avanzati, la crescita dei salari reali nel 2025 è rimasta positiva, ma si è nettamente indebolita rispetto all’anno precedente: in media +1,8% nel terzo trimestre, circa la metà rispetto al 2024. Un rallentamento diffuso, che riguarda tre quarti delle economie Ocse e riflette sia il riaccendersi delle pressioni inflattive sia un progressivo raffreddamento del mercato del lavoro.
Dentro questa dinamica generale, l’Italia si distingue in negativo. Anche qui i salari reali sono tornati a crescere, ma il recupero resta parziale: il livello medio è ancora inferiore di circa il 3% rispetto a quello registrato all’inizio del 2021, prima dell’impennata dei prezzi. Il ritardo accumulato è tra i più ampi dell’intera area Ocse: solo la Repubblica ceca presenta una perdita più marcata rispetto al periodo pre-inflazione.
Il dato conferma una fragilità strutturale del sistema italiano, già evidente prima della crisi energetica. La lunga stagione di bassa inflazione aveva nascosto una dinamica salariale debole, legata a una crescita della produttività modesta e a meccanismi di contrattazione che tendono ad adeguarsi con ritardo agli choc. Quando l’inflazione è esplosa, tra il 2021 e il 2022, i salari non sono riusciti a tenere il passo, causando una perdita significativa di potere d’acquisto.
Il recupero del 2024 e 2025 arriva quando la dinamica dei prezzi si è già attenuata. E risulta insufficiente a colmare il divario accumulato. In metà dei Paesi Ocse i salari reali restano sotto i livelli pre-pandemia, ma il caso italiano spicca per l’ampiezza del gap e per la lentezza della risalita.
Il quadro è reso più complesso da due fattori. Da un lato, il raffreddamento del mercato del lavoro: la riduzione della “tensione” tra domanda e offerta di lavoro tende a contenere la crescita delle retribuzioni. Dall’altro, il venir meno della spinta iniziale legata al recupero post-inflazione, con i salari che tornano a crescere a ritmi più simili a quelli pre-Covid.
Pesa anche il fatto che la maggioranza di destra che sostiene il governo Meloni abbia bocciato il salario minimo legale. L’Ocse infatti sottolinea come i salari più bassi abbiano mostrato una maggiore resilienza rispetto a quelli mediani grazie agli aumenti dei minimi contrattuali e, nei Paesi che lo prevedono, del minimo legale. Cosa che ha contribuito a una riduzione del rischio di povertà tra i lavoratori a bassa retribuzione.