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Questa riforma non vuole processi più rapidi, ma giudici più timorosi. Voto No per etica e tecnica!

Come può essere "per il bene del cittadino" una norma sostenuta con tanto ardore da chi con la giustizia ha conti aperti o sospesi?
Questa riforma non vuole processi più rapidi, ma giudici più timorosi. Voto No per etica e tecnica!
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di Massimiliano Di Fede

Nel 2016, di fronte al tentativo di Matteo Renzi di stravolgere l’architettura costituzionale, scelsi il NO. Oggi, a dieci anni di distanza, ci ritroviamo davanti a una sfida analoga, ma ancora più insidiosa. Il referendum del 22 e 23 marzo non è solo una consultazione sulla giustizia; è un passaggio cruciale per la tenuta democratica. Voterò NO per ragioni che intrecciano l’etica pubblica e la difesa tecnica dei contrappesi dello Stato.

Piero Calamandrei ammoniva che, quando si discute della Carta, i banchi del governo dovrebbero essere vuoti: la Costituzione è di tutti, non di una maggioranza contingente. Questa riforma, invece, nasce come un atto di forza di una destra che sembra voler regolare i conti con la storia. È difficile non leggere in questo attivismo il desiderio di rivalsa di chi, provenendo da una tradizione politica che si è sentita “defraudata” dal dopoguerra in poi, vede oggi l’occasione per abbattere l’ultimo baluardo contro l’arbitrio: l’indipendenza della magistratura, unica garanzia contro quei rigurgiti fascisti che hanno segnato il nostro ventennio fino al dopo guerra.

L’etica di questa campagna è resa opaca dal profilo dei suoi sostenitori. Quando vediamo tra i paladini del SÌ nomi di condannati per mafia come Cuffaro o Dell’Utri, o esponenti politici coinvolti in vicende giudiziarie gravi — dai casi Delmastro e Pozzolo, alla condannata Montaruli, fino ai patteggiamenti di Toti e Fidanza e alle indagini per truffa e bancarotta sul ministro Santanchè — il dubbio diventa certezza. Come può essere “per il bene del cittadino” una riforma sostenuta con tanto ardore da chi con la giustizia ha conti aperti o sospesi?

La narrazione del governo Meloni è un esercizio di cinismo. Si intercettano le paure di un elettorato privo degli strumenti per confutare menzogne sistematiche, agitando lo spettro dei “giudici che liberano gli stupratori”. È paradossale che queste accuse arrivino da chi ha gestito il caso Almasri, riconsegnando alla Libia con un aereo di stato un uomo sospettato di omicidio e violenze. Si attaccano i magistrati per aver applicato leggi scritte dalla stessa politica (come nel caso della famiglia del bosco tramite il Decreto Caivano), trasformandoli in capri espiatori per mascherare l’inefficacia governativa.

Dal punto di vista tecnico, la “separazione delle carriere” è solo lo specchietto per le allodole. Il vero cuore della riforma è lo smembramento del Csm e la creazione di un’Alta Corte disciplinare. Questo nuovo organo, esterno al Csm e composto da membri laici di forte estrazione politica, rappresenta il colpo di grazia all’autonomia giurisdizionale. Sottrarre la funzione disciplinare all’autogoverno significa creare un “tribunale dei giudici” potenzialmente asservito al potere esecutivo. Un magistrato che sa di poter essere sanzionato o rimosso da un organo a guida politica non sarà più libero di indagare sui potenti di turno. È il cosiddetto “effetto dissuasivo”: la fine dell’indipendenza in favore di una giustizia ubbidiente.

Le dichiarazioni del ministro Nordio e di esponenti come la Bartolozzi, che auspicava apertamente di “togliersi di mezzo la magistratura”, non lasciano dubbi. Questa riforma non vuole processi più rapidi, ma giudici più timorosi. Votare No il 22 e 23 marzo significa difendere l’eredità dei padri costituenti e ribadire che la legge è uguale per tutti, specialmente per chi siede nelle stanze dei bottoni.

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A cura di Paolo Frosina
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