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Il boom dei “Banksy della magistratura”, in 50mila seguono i “Giovani magistrati” che si battono contro le fake news su toghe e referendum

Tre dei 7 fondatori della pagina Instagram, tutti trentenni, fanno un'eccezione per il Fatto e rispondono alle domande. Maria Teresa Pesca, giudice a Prato: "Abbiamo notato l'accanimento contro i colleghi che prendevano decisioni sgradite. E quindi abbiamo deciso di contrastare queste modalità con un canale destinato ai non addetti ai lavori"
Il boom dei “Banksy della magistratura”, in 50mila seguono i “Giovani magistrati” che si battono contro le fake news su toghe e referendum
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Li hanno chiamati bonariamente i “Bansky della magistratura”, perché la loro seguitissima pagina sociale “Giovani magistrati” non ha nomi e cognomi. È una scelta non di mancata assunzione di responsabilità, ma una scelta fatta per “spirito di servizio”. Per loro parlano i post o i video condivisi. Ma per il Fatto Quotidiano fanno una eccezione e accettano un’intervista tre dei sette fondatori, tutti trentenni (gli altri quattro nel momento della telefonata hanno udienza). Maria Teresa Pesca, giudice penale a Prato, racconta che oltre che colleghi sono amici, hanno condiviso lo stesso concorso, nel 2020.

Una data pesante, “segnata globalmente dalla pandemia, ricorda Giuseppe Lisella, pm a Marsala, e in Italia anche dal caso Palamara. Stavamo facendo gli scritti, nel 2019, quando è deflagrato lo scandalo delle nomine. Ma al netto di quelle derive, prosegue Lisella, va ricordato che la magistratura ha saputo assumere il suo ruolo di contrasto al terrorismo, alla mafia, alla corruzione. Da qui a voler buttare via il bambino con l’acqua sporca, come vuole fare questa riforma, ci passa il mare. Tutti parlano di pressione correntizia e io da giovane magistrato avrei potuto spaventarmi, ma sono sei anni che faccio il pm e non ho mai sentito questa pressione, non l’ho nemmeno percepita. Così come non ho visto magistrati che prendono decisioni perché politicizzati”.

È la narrazione per “delegittimare la magistratura” che non va giù a queste giovani toghe che, un anno dopo l’apertura della pagina social, hanno su Instagram hanno oltre 50mila follower e diverse migliaia tra Tik Tok e Facebook. Una delle tante fake news che ”Giovani magistrati” ha smascherato è l’asserita posizione di Giuliano Vassalli, il padre del codice di procedura penale, a favore della separazione delle carriere dei magistrati. Almeno così fanno credere tanti sostenitori del Sì, e così fa credere il ministro della Giustizia Carlo Nordio che, ogni volta che può, dichiara di essersi ispirato a Vassalli “eroe della Resistenza”. Invece, i giovani magistrati hanno pubblicato un video del 2007 intitolato “Vassalli contrario a modifiche costituzionali di sistema”. Effettivamente in quell’intervista, l’ex ministro della Giustizia ed ex presidente della Corte costituzionale dice di essere “tra coloro che difendono la Costituzione vigente… contrario a una riforma globale che cambi radicalmente il sistema”.

È la giudice Pesca che ci racconta come è nata l’idea di questa pagina social: con l’avvio dell’iter della riforma costituzionale “abbiamo notato un accanimento nei confronti della magistratura in generale e anche contro singoli magistrati che prendevano delle decisioni sgradite. Siamo rimasti attoniti rispetto non a critiche legittime contro provvedimenti, ma ad attacchi personali che non erano in connessione con il merito della decisione. E quindi abbiamo sentito l’esigenza di contrastare queste modalità con un canale che arrivasse ai non addetti ai lavori”. Una comunicazione, facciamo notare, diversa da quella dell’Associazione nazionale magistrati. “Noi siamo tutti iscritti all’Anm, specifica la giudice Pesca, riteniamo che abbia un ruolo fondamentale soprattutto in questo contesto storico. Semplicemente come giovani magistrati abbiamo un modo diverso di comunicare. E la pagina social ci è sembrato lo strumento più adatto per spiegare la riforma costituzionale e anche per creare un rapporto di fiducia, di trasparenza con i cittadini rispetto al nostro ruolo istituzionale”.

Ma, aggiunge Paolo Bertollini, giudice civile a Latina, “non è ricerca del consenso. Per noi è importante che anche di fronte a un provvedimento impopolare si capisca che c’è trasparenza, correttezza istituzionale da parte di quel magistrato che ha preso la decisione”. I sette magistrati non appartengono ad alcuna corrente, ma non è una scelta ideologica: “Noi – spiega Bertollini – non siamo contrari, solo che finora non ne abbiamo sentito l’esigenza. In ogni caso su oltre 9 mila magistrati appena 2 mila circa sono iscritti a correnti. Non sappiamo dove siano tutte queste ‘toghe rosse’ di cui parlano”.

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A cura di Paolo Frosina
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