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Quattro punti fondamentali sulla riforma di Nordio. Il primo: tradisce platealmente lo spirito della Carta

I padri costituenti hanno discusso parola per parola ogni singolo articolo. La riforma della separazione invece è stata scritta dal governo senza il minimo intervento del Parlamento
Quattro punti fondamentali sulla riforma di Nordio. Il primo: tradisce platealmente lo spirito della Carta
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I punti fondamentali su cui occorre riflettere, dovendo scegliere tra il Sì e il No nel voto del 22-23 marzo sul referendum riguardante la separazione delle carriere fra pm e giudici, sono almeno quattro.

1) I padri costituenti hanno discusso parola per parola ogni singolo articolo della Carta, ricercando insieme soluzioni che fossero nell’interesse di tutti, mai imposte dagli uni agli altri facendo valere rapporti di forza. La riforma della separazione invece è stata scritta dal governo che ha poi impedito al Parlamento di intervenire, escludendo qualunque possibilità di discuterla e modificarla, anche solo con un emendamento su una semplice virgola. Una riforma costituzionale che tradisce così platealmente lo spirito della Costituzione è di per sé stessa inaccettabile.

2) Se ci si chiede quanto la riforma può incidere sui problemi reali della giustizia italiana, la risposta è di facile e immediata evidenza: niente di niente! Né per la qualità né per l’efficienza dei processi, la cui vergognosa interminabile durata non migliorerà neppure di un nanosecondo. Tutti i problemi esistenti resteranno irrisolti.

3) Quali sarebbero allora gli effetti della riforma? Separazione delle carriere significa disancorare il pm dalla cultura della giurisdizione (nel nostro sistema, un elemento di garanzia irrinunciabile), facendo del pm – inesorabilmente – un funzionario del governo, tenuto ad adempierne le direttive. Perché una cosa è certa: ovunque vi sia una qualche declinazione della separazione delle carriere le cose funzionano così. Lo si è visto in Usa, dove agli omicidi commessi degli uomini dell’ICE viene garantita fin da subito l’impunità. E sarebbe un guaio ancor peggiore in un paese come il nostro, dove vi sono componenti della politica ancora oggi compromesse con fatti di corruzione o di malaffare. Per cui, mettere il Pm, di fatto, alle dipendenze del potere politico del momento (non interessa di che colore) sarebbe come spalancare l’ovile al lupo. Conviene al nostro Paese?

4) Infine, va detto che ruoli e figure professionali restano diversi, al di là dei collegamenti derivanti da una carriera comune e degli stessi rapporti individuali: un controllore resta controllore e un giudice resta giudice anche se prende un caffè col pm. Ragionando diversamente i sospetti derivanti dalla “colleganza” fra pm e Gip dovrebbero per coerenza estendersi anche ai giudici dei diversi gradi del processo. Per cui si dovrebbero rescindere anche i rapporti fra Gip e giudici di primo grado, fra questi e i giudici d’appello, fra costoro e i giudici di cassazione, e all’interno di questa fra i magistrati delle sezioni unite e tutti gli altri. Sarebbe però – con tutta evidenza – una strada assurda e senza uscita.

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A cura di Paolo Frosina
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