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Il “no” di Meloni a Trump: “L’Italia non invierà navi militari a Hormuz, sarebbe un passo verso il coinvolgimento”

La presidente del Consiglio chiude all'ipotesi di mandare la Marina per riaprire il passaggio commerciale: "Le nostre basi nel Golfo il mio primo problema"
Il “no” di Meloni a Trump: “L’Italia non invierà navi militari a Hormuz, sarebbe un passo verso il coinvolgimento”
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L’Italia non manderà le sue navi militari nello Stretto di Hormuz. Perché ora significherebbe “fare un passo verso il coinvolgimento” nella guerra in Iran. Dopo un fine settimana di silenzio sulla crisi nel Golfo, Giorgia Meloni parla in tv e mantiene la linea – che è anche quella dell’Unione europea – già espressa pochi giorni fa in Parlamento: l’Italia non entra e non entrerà in guerra. Un concetto che già aveva espresso il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e che trova la piena sintonia anche di Matteo Salvini.

Non cita mai Donald Trump, con cui – stando alle comunicazioni ufficiali – non ci sono stati contatti dall’inizio della nuova guerra nel Golfo. Il presidente degli Usa, lunedì, aveva chiesto un intervento dei partner europei per riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma quella di Meloni è chiaramente una risposta alla richiesta arrivata da Washington, anche con toni minacciosi. E la premier spiega che sono “le nostre basi nel Golfo il mio primo problema”. Nelle stesse ore in cui parla, arrivano le notizie di altri “detriti” che hanno colpito la base Unifil di Shama nel sud del Libano, a guida italiana, dopo l’attacco a Erbil e quello nel fine settimana alla base in Kuwait che, per il sottosegretario alla Presidenza con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano, è stato “un atto di intimidazione al pari dei colpi riservati dall’Iran agli altri paesi del Golfo”.

I militari “sono stati ridotti e sono rimasti quelli strettamente necessari a far camminare missioni” ricorda Meloni, sottolineando che si tratta di missioni “importanti, contro il terrorismo, internazionali”. I contingenti rimangono, pure “in forma ridotta”, aveva spiegato anche il titolare della Farnesina, per “mantenere fede agli impegni presi”. Ma “intervenire” a Hormuz, scandisce la premier, “significa oggettivamente fare un passo in avanti” verso quel conflitto che gli italiani temono e a cui l’Italia, come chiarito anche dal Consiglio supremo di difesa, non può – e non vuole – partecipare.

Sono ore complesse per l’esecutivo, la premier – che oggi non ha lavorato da Palazzo Chigi – si mantiene in stretto contatto con Tajani e con il ministro della Difesa Guido Crosetto. E con i partner internazionali, inclusi i leader di Canada, Francia, Gran Bretagna e Germania con cui a firmato una dichiarazione di “profonda preoccupazione” per l’escalation in Libano, chiedendo alle parti di cercare la via negoziale perché “un’offensiva di terra israeliana di rilievo” avrebbe “conseguenze umanitarie devastanti”. Lavoriamo “per fare in modo che la guerra possa terminare e possa tornare la diplomazia”, dice dopo che già nei giorni scorsi aveva proposto agli alleati del G7 “un confronto con il Consiglio di cooperazione del Golfo”.

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