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Mark Rothko a Firenze, ogni quadro sprigiona energia: un’esperienza sensoriale

Uno dei pittori più impegnativi, sensoriali e mentali del '900. La mostra di Rothko si apre sabato 14 marzo a Palazzo Strozzi a Firenze e resterà visitabile fino al 23 agosto
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Ci sono mostre affollate da centinaia di quadri, che chiedono al visitatore uno sforzo fisico eccezionale e mettono a dura prova la capacità mentale di assorbire così tanti stimoli visivi. E ci sono mostre più selettive, meno cariche di oggetti ma ugualmente – e forse più – intense mentalmente ed emotivamente. Questo secondo è il caso della mostra di Mark Rothko, che si apre sabato 14 marzo a Palazzo Strozzi a Firenze, e resterà visitabile fino al 23 agosto. La mostra riunisce infatti una settantina di opere che impegnano però tutti i grandi spazi del piano nobile del Palazzo. Oltre a queste, altre sette opere sono disposte in due diversi spazi fiorentini, simbolici per l’avventura artistica del pittore – cioè il convento-museo di San Marco e la biblioteca Laurenziana.

Rothko, lettone di nascita ma naturalizzato americano, è uno dei pittori più impegnativi, sensoriali e mentali a un tempo, del ‘900. A Parigi, tre anni fa, la Fondazione Luis Vuitton gli aveva dedicato un’altra grande mostra: lì il pubblico aveva a disposizione dei piccoli panchetti distribuiti gratuitamente per sostare davanti a ogni quadro e stabilire così un’intimità meditativa con l’artista e la sua opera. Era una soluzione pratica, ma anche un’indicazione di atteggiamento, un invito ad accostarsi a Rothko nel e con il tempo.

La pittura di Rothko, non semplicemente pittura astratta, è una sorta di punto di agglutinazione di esperienze visuali, spirituali, spaziali, che occorre far decantare dentro di sé. Non si può passare come turisti affrettati davanti ai quadri. La posata maestosità di Palazzo Strozzi, del resto, è quasi connaturata a una pittura di grandi dimensioni e al tempo stesso intima, depositaria di scintille di emozioni.

Christopher Rothko, figlio di Mark e co-curatore (con Elena Geuna) della mostra, scrive in catalogo che la pittura del padre è una sfida a produrre senso a partire da ciò che vediamo, passando però prima da ciò che sentiamo. In effetti ogni quadro sprigiona un’energia solo dopo qualche minuto di osservazione: i colori sembrano sgorgare dalla profondità, sospingere gli strati che li coprono, addensarsi in una sorta di stratificazione che crea una vera e propria drammaturgia cromatica in cui il tempo si sospende e si accumula. Con la pittura di Rothko, con i suoi gialli accecanti che sembrano sopraffatti dai rossi dei tardi anni Quaranta, o con i successivi quadri dai toni più scuri e freddi – blu, verdi, marroni – che invitano al silenzio e a una relazione meditativa tra opera e osservatore, sembra di entrare in un’altra dimensione. È quel tipo di relazione con l’arte che suscitano i tagli di Lucio Fontana o certi quadri di Matisse, pittore molto amato da Rothko. Una dimensione in cui il visibile si apre all’invisibile, all’ulteriorità che può essere un’esperienza dell’occhio come dello spirito. E che forse fu la lezione che Rothko assorbì dall’arte classica italiana.

Rothko non amava viaggiare, eppure venne in Italia tre volte, tra gli anni Cinquanta e i Sessanta. Viaggiò nei luoghi dell’arte, Firenze, Roma, Pompei, Veneto. Soprattutto a Firenze fu colpito dalla pittura quattro-cinquecentesca, dalla ricerca di assoluto che scorgeva nel Beato Angelico, dalla densità d’arte che quella città sa restituire più di altre. Gli accostamenti eccezionali tra cinque quadri di Rothko e cinque affreschi in altrettante celle di San Marco testimoniano quanto la purezza e quasi l’astrazione della costruzione spaziale dell’Angelico si riflettano nei quadri rossi/rosa, solcati da una linea orizzontale, segno della sintesi cercata e voluta da Rothko. E la stessa ricerca di conquista totale dello spazio è nei due quadri disposti alla biblioteca Laurenziana, progettata da Michelangelo nel Cinquecento, come spazio di concentrazione assoluta, chiusura, prigione della mente che non poteva distrarsi né quindi vedere fuori. Anche la pittura di Rothko è una pittura della chiusura, dei sensi e della mente, della loro connessione che, sola, permette di volare al di fuori di se stessi.

La mostra di Firenze non è un’antologica nel senso classico, non ci sono per esempio, se non con alcuni studi preparatori, i grandi progetti degli ultimi anni, quelli ora riuniti alla Tate Modern di Londra o alla Rothko Chapel di Houston. Ma proprio per questo è una mostra notevole. Perché è una mostra che nella sua asciuttezza fa pensare. E soprattutto fa sentire: la pittura, il senso dell’arte, l’assoluto.

Foto in evidenza tratta dal Palazzo Strozzi Facebook. Foto della gallery fornite dall’ufficio stampa

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