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Dal crollo dell’Urss alla crisi di Hormuz: decenni di tensioni Iran-Usa con profezie tragicamente smentite

Trentacinque anni fa gli americani si illusero di aver scovato un ayatollah pragmatico nella figura di Akbar Hashemi Rafsandjani: tutto pareva confortare quest'approccio
Dal crollo dell’Urss alla crisi di Hormuz: decenni di tensioni Iran-Usa con profezie tragicamente smentite
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Corsi e ricorsi della Storia. Come la geopolitica muta, a seconda del vento e degli interessi. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, più volte la Guida Suprema iraniana Khomeini denunciò il malvagio trattamento riservato alle popolazioni islamiche dell’Unione Sovietica e aveva sollecitato le folle a scendere in piazza gridando “Morte all’Urss!”. Nel 1989 sempre Khomeini profetizzava la prossima ineluttabile fine dell’utopia marxista, invitando ripetutamente Gorbaciov a convertirsi all’Islam.

Khomeini scompare il 3 giugno del 1989, il Muro di Berlino crolla il 9 novembre dello stesso anno, l’Urss affonda tra il gennaio del 1990 e il 31 dicembre del 1991, insomma non sono più un incubo per Washington, anzi, alla Casa Bianca pensano ormai che è venuto il momento di fare la pace con Teheran. Gli analisti del Dipartimento di Stato e del Pentagono si mettono febbrilmente al lavoro, cercano un “ayatollah moderato”: che è poi quello che sta cercando Trump, per uscire dalla trappola di Hormuz, lo stretto dove transita il 20 per cento del grezzo prodotto nel mondo, e per arrivare ad una tregua così da poter fermare l’offensiva che il presidente Usa ha scatenato per consentire – è stata la sua promessa – agli iraniani di cambiare regime. Obiettivo fallito. La guerra contro l’Iran, infatti, è diventata una guerra per il petrolio. E non s’intravede in alcun modo lo spiraglio di una mutazione in senso moderato e democratico ai vertici della Repubblica islamica. Al contrario, è sempre più chiaro che il regime iraniano non ha alcuna intenzione di arrendersi, tantomeno di concedere potere a chi potrebbe flirtare con il nemico.

Trentacinque anni fa gli americani si illusero di aver scovato un ayatollah pragmatico nella figura di Akbar Hashemi Rafsandjani: si presentava infatti come il partigiano della reintegrazione dell’Iran nella comunità internazionale, prima di passare il testimone al successore Mohammad Khatami, un ayatollah riformatore, ex ministro della Cultura e dell’Orientamento islamico. Così, nell’estate del 1999 Clinton dichiara che “gli Stati Uniti non hanno intenzioni ostili contro la Repubblica islamica e che sperano di stabilire migliori relazioni tra i due Paesi”.

Bisogna rammentare che alla fine del secolo scorso gli Usa sembravano diventati i padroni del mondo, con l’Urss in ginocchio, l’Est europeo che puntava ad Ovest, la Cina che non era ancora la potenza economica di oggi, e tutto pareva confortare l’approccio “pragmatico” (parola chiave) nei confronti dell’islam politico. Del resto, l’aveva confermato, in una intervista concessa al Nouvel Observateur (nel numero in edicola dal 15 al 21 gennaio 1998) lo stesso Zbigniew Brzezinski, l’artefice di questa strategia, dimostrando un cinismo molto imbarazzante.

Gli domandano: non si pente d’aver favorito l’integralismo islamico, di aver dato armi e consigli a futuri terroristi? “Cos’è più importante, nella storia del mondo? I talebani o la caduta dell’impero sovietico? Qualche estremista islamico o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?”. Il giornalista è perplesso. Replica: “Qualche testa calda? Ma lo diciamo e lo ripetiamo: il fondamentalismo islamico rappresenta oggi una minaccia globale”. Al che Brzezinski ribatte, sempre più convinto che la ragion di Stato (quella degli Usa) prevalga su qualsiasi altra cosa, anche a scapito di ogni ragionevole dubbio: “Sciocchezze. Si dice che l’Occidente dovrebbe avere una politica globale nei confronti dell’islamismo. E’ stupido: non esiste un islamismo globale. Guardiamo all’islam razionalmente e non demagogicamente o emotivamente”.

Verrà smentito tragicamente l’11 settembre del 2001, dagli uomini di Al Qaeda e di Osama Bin Laden. Addestrati e pagati, a suo tempo, dalla Cia e dall’Isis, i servizi d’intelligence pachistani, “creature uscite dai laboratori del Pentagono” (Pierre e Christian Pahlavi, padre e figlio, quest’ultimo professore di strategia alla Scuola di stato maggiore delle forze canadesi basata a Toronto). Il fuoco islamico incendia il Medio Oriente e l’Asia Centrale, si espande in Europa, il braciere fondamentalista attizza pure l’Africa, benché circondati dalle forze statunitensi gli iraniani vogliono sbarazzarsi dei talebani afgani ed estendere la loro influenza in Iraq e nel Golfo, gli americani realizzano il… capolavoro di liquidare Saddam Hussein, il nemico giurato di Teheran e rimpiazzarlo con uno Stato in mano agli sciiti filo iraniani. E’ un periodo di confusi incontri informali tra americani ed iraniani, ma il nuovo processo di riavvicinamento deraglia perché il Mossad informa la Cia che col pretesto di un “dialogo fra civiltà”, il presidente Khatami aveva appena rilanciato un programma nucleare clandestino.

Poi, arriva il turno dell’instabile successore Mahmud Ahmadinejad, di sollevare un vero e proprio putiferio, rilanciando la dottrina radicale di Khomeini, moltiplicando le provocazioni contro gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, soprattutto contro Israele. Ed è con George W. Bush che l’Iran viene inserito nell’infamante “Asse del Male”, al che gli iraniani rinverdiscono l’anatema khomeinico, gli Usa sono il “Grande Satana”. Ormai l’illusione di venire a patti con Teheran è solo un’utopia irrealizzabile, la diffidenza tra i due fronti è così profonda che nemmeno il conciliante Barack Obama, e la sua velleitaria intenzione di “tendere la mano”, riescono ad abbassare i toni.

Nel 2016, la Guida Suprema della Rivoluzione islamica dichiara più volte che l’Iran non si piegherà più “ai diktat delle potenze imperialiste”. La retorica abbonda. E tuttavia – questo è un significativo indizio su quanto sta succedendo oggi – è con la prima presidenza Trump che i negoziatori iraniani pensano di poter concludere un accordo vantaggioso con il presidente-businessman. Ed è probabile che l’attuale guerra, nonostante le numerose spiegazioni sui motivi e gli obiettivi dell’attacco date da Trump (che non sa come ritrattare senza perdere la faccia soprattutto in patria), si risolva con una tregua che consentirà al regime degli ayatollah di sopravvivere, tradendo in questo modo le aspettative della popolazione e le promesse trumpiane, in cambio del ritorno alla (quasi) normalità dei passaggi marittimi nello stretto di Hormuz.

Resta chiaro il fatto che i Paesi del Golfo saranno sempre sotto ricatto, di conseguenza lo sarà il mercato energetico asiatico ed australiano, il più colpito. Gli oleodotti, come sbocchi alternativi, sono bersagli impossibili da sorvegliare, in un Medio Oriente che è una polveriera senza speranze d’essere neutralizzata. E’ in questa ottica che i Paesi più dipendenti in materia di gas e petrolio stanno rivalutando l’opzione nucleare e le fonti alternative. Ma le lobbies petrolifere non ci staranno. Basta vedere come le loro “armi di distrazione di massa” hanno funzionato sabotando il progetto di elettrificazione del mercato automobilistico.

Per i padroni energetici le guerre sono il trionfo dei profitti. Impongono la storia che vogliono raccontare. Sulla pelle (e i portafogli) dei popoli.

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