Cosa cambia col sì di Trump agli acquisti di petrolio russo. L’Ue protesta: “Incide sulla sicurezza”. Gli analisti: “Non basta per calmierare i prezzi”
Un assist a Mosca, che dopo la chiusura dello stretto di Hormuz ha già incassato oltre 1,3 miliardi di entrate da export di petrolio non previste. E uno schiaffo alla Ue, che continua ad applicare le sanzioni e un price cap sugli idrocarburi russi. La licenza di 30 giorni all’export di greggio e prodotti petroliferi provenienti dalla Federazione e già imbarcati, concessa da Washinton giovedì per “promuovere la stabilità dei mercati energetici globali” dopo che l’attacco all’Iran ha fatto esplodere i prezzi, ha fatto infuriare i partner del Vecchio continente. “È molto preoccupante, poiché incide sulla sicurezza europea“, il commento del presidente del Consiglio Ue Antonio Costa, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz definiva “sbagliata” la decisione e il presidente francese Emmanuel Macron escludeva che la situazione geopolitica giustifichi la mossa. “Aumenta le risorse a disposizione della Russia per condurre la guerra di aggressione contro l’Ucraina”, ha riassunto l’ex premier portoghese. Secondo gli esperti, è un tentativo di guadagnare tempo in attesa della riapertura dello stretto di Hormuz ma avrà un impatto limitato sul prezzo del barile. “Né Usa né Ue possono fare granché per calmierarlo, a parte di finire questa guerra”, come ha riassunto Daniel Gros, direttore dell’Istituto per le politiche europee della Bocconi.
Cosa cambia in concreto per i Paesi compratori
Con i sondaggi che mostrano come la maggioranza degli americani sia contraria all’attacco all’Iran e in attesa di individuare una exit strategy, l’amministrazione di Donald Trump sta ostentando impegno per contenere lo choc sui mercati energetici e il conseguente rincaro del pieno per gli automobilisti. Non a caso il segretario del Tesoro Usa Scott Bessent, annunciando l’autorizzazione temporanea che consente ai Paesi di acquistare petrolio russo attualmente bloccato in mare, ha rivendicato come le politiche del presidente abbiano “portato la produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti a livelli record, contribuendo a ridurre i prezzi dei carburanti per i lavoratori americani”. E ha ribadito la convinzione già espressa dal presidente che “l’aumento dei prezzi è temporaneo e di breve durata e, nel lungo periodo, si tradurrà in un enorme vantaggio per la nostra nazione e la nostra economia”.
Ma cosa cambia in concreto con la mossa arrivata nella notte italiana? Per prima cosa va chiarito che non comporta un aumento duraturo dell’offerta: riguarda solo i carichi già estratti e spediti. Mosca come detto festeggia perché eviterà perdite sui barili già in mare. Secondo Cnbc, si parla di circa 124 milioni di barili, pari a 5-6 giorni di transiti attraverso Hormuz in tempi normali. Ora i Paesi che hanno continuato a importarlo anche dopo l’invasione dell’Ucraina potranno sbloccare alcune spedizioni rimaste ferme per problemi legati a trasporti, assicurazioni e pagamenti. Si tratta in particolare di India – che aveva però già ricevuto una deroga ad hoc -, Cina e Turchia. Dopo la licenza americana anche la Thailandia si è detta interessata e il Giappone, che nel 2025 ha importato il 94% del greggio dal Medio Oriente, sta valutando se sia nel suo interesse approfittarne per comprare una fornitura di quello russo.
Gli affari di Putin dopo gli attacchi all’Iran
La Russia incassa già oggi quasi mezzo miliardo di euro al giorno dalle esportazioni di combustibili fossili e l’esplosione dei prezzi del petrolio le sta garantendo fino a 150 milioni di dollari di entrate aggiuntive ogni giorno. Secondo calcoli del Financial Times, entro fine marzo i ricavi aggiuntivi legati al solo aumento delle quotazioni – ipotizzando che il greggio Urals venga smerciato a una media compresa tra 70 e 80 dollari al barile – ammonteranno a una cifra compresa tra 3,3 e 4,9 miliardi di dollari. Stime precedenti l’allentamento delle sanzioni. Il nuovo intervento, che come ha spiegato lo stesso Bessent è “limitato e di breve durata”, non sposterà di molto le stime visto che Mosca “ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse nel punto di estrazione” e non dal petrolio già spedito. Per il prossimo mese, però, il Cremlino non dovrà vendere con forti sconti – o rischiare l’invenduto – perché le navi a causa delle sanzioni occidentali restano ferme o non riescono a completare le transazioni. E le imposte sull’estrazione di minerali sono comunque indicizzate al prezzo del greggio, il che significa che la possibilità di vendere i carichi già estratti contribuisce comunque a preservare una parte delle entrate energetiche di Mosca. Non è un caso se il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto con evidente soddisfazione che gli interessi di Russia e Stati Uniti per la stabilizzazione dei mercati globali dell’energia “al momento coincidono”.
In Ue embargo quasi totale e price cap
Per l’Unione europea l’impatto della decisione americana è limitato (anche se in via indiretta potrebbe beneficiare dell’eventuale calo dei prezzi). Dal 2022 l’Ue ha infatti introdotto un embargo quasi totale – ci sono eccezioni per Ungheria e Slovacchia – sulle importazioni di petrolio russo via mare, che resta pienamente in vigore. Così come il price cap concordato dal G7, che consente la vendita del greggio russo sul mercato mondiale ma vieta alle compagnie occidentali di fornire servizi di trasporto, assicurazione o finanziamento se è venduto sopra un determinato tetto di prezzo. Con l’ultimo pacchetto di sanzioni europee il tetto è stato abbassato da 60 a 47,60 dollari al barile e reso dinamico: il limite viene aggiornato automaticamente in modo da restare circa il 15% sotto il prezzo medio del greggio Urals registrato nelle settimane precedenti. Dall’1 febbraio il prezzo massimo è stato ridotto ulteriormente, a 44,10 dollari al barile.
L’obiettivo è sempre stato quello di ridurre le entrate energetiche di Mosca senza però eliminare completamente il petrolio russo dal mercato mondiale, evitando così choc sui prezzi globali. Gli attacchi all’Iran hanno sconvolto il quadro, causando quella che l’Agenzia internazionale per l’energia ha definito la “più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”. Con quel che comporta per i prezzi. Secondo l’analista di Bloomberg Javier Blas il mercato petrolifero “aggiungerà dai 3 ai 6 dollari al barile al prezzo di riferimento per ogni giorno in cui la guerra continuerà. In una settimana si tratta di 15-30 dollari”. Una situazione “sopportabile per un’altra settimana, forse due, ma se si protrae oltre, il mondo inizierà a subire gravi danni economici“. La mossa Usa? “Iniziative per guadagnare tempo. L’unica soluzione duratura è quella di riaprire lo Stretto di Hormuz”.