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Voterò No al referendum sulla giustizia: la divisione dei poteri vale più della separazione delle carriere

Fare un passo avanti per farne immediatamente dopo due indietro mi pare un imperdonabile errore
Voterò No al referendum sulla giustizia: la divisione dei poteri vale più della separazione delle carriere
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Desidero provare a chiarire pacatamente e in maniera razionale perché ritengo sia giusto votare No al referendum sulla giustizia intorno al quale presto gli italiani saranno chiamati a esprimersi. Dico pacatamente, poiché desidero chiamarmi fuori dal clima livoroso di insulti e di frasi fatte che finora mi sembra abbia quintessenzialmente contrassegnato il dibattito pubblico su questo tema da ambo le parti. Per usare una nota formula di Spinoza, è d’uopo non ridere, piangere e detestare, ma capire.

Sulla separazione delle carriere, l’argomento principe con cui i fautori del sì provano a giustificare la loro posizione, potremmo anche idealmente essere d’accordo. Ma il punto della questione sta altrove: a quale prezzo viene proposto il guadagno di detta separazione mediante il referendum in questione? Il prezzo consiste né più e né meno che nella compromissione della divisione dei poteri, sulla cui importanza mi pare superfluo insistere dopo la lezione imperitura di Montesquieu. Dovrebbe infatti essere noto che l’erosione dell’indipendenza della magistratura e, più precisamente, il suo nemmeno troppo sfumatamente marcato passaggio sotto il controllo del potere esecutivo rappresenta il cavallo di Troia che si nasconde nel referendum sulla giustizia.

In sostanza, si chiede agli italiani di esprimersi per la allettante e in parte anche condivisibile divisione delle carriere, facendo però loro accettare al tempo stesso la compromissione della divisione dei poteri ovvero la limitazione del potere giudiziario a opera di quello esecutivo. Se, infatti, dovesse vincere il sì, allora una parte della magistratura verrebbe ipso facto a dipendere direttamente dal governo. Ed è proprio per questo che francamente ritengo opportuno votare No: mi pare infatti che sia più importante preservare la divisione dei poteri che guadagnare la separazione delle carriere perdendo o comunque limitando detta divisione.

E qui affiora oltretutto un lampante paradosso degli alfieri del Sì: essi ripetono con una certa enfasi che la ratio della riforma sta anche nell’esigenza di depoliticizzare la magistratura. Ammettiamo pure, ex hypothesi, che si debba convenire con questo proposito: come si può, tuttavia, ottenere un simile risultato ponendo direttamente una parte della magistratura sotto il controllo del governo? È evidente, o almeno dovrebbe esserlo per chi ancora utilizzi il Logos, che ciò è un puro non sequitur: il passaggio di parte della magistratura sotto il controllo del governo non può ridurre la politicizzazione, reale o presunta, della magistratura, per la “contraddizione che nol consente”. Al contrario, questa mossa potenzierà, semmai, la politicizzazione della magistratura, nella misura in cui parte dei magistrati saranno direttamente alle dipendenze del governo di turno.

Insomma, se vince il Sì, si perde in larga parte la divisione dei poteri e, oltre a ciò, si rende più politicizzata la magistratura (più precisamente, dalla semplice politicizzazione si passa al diretto controllo politico della magistratura stessa). A queste considerazioni ne aggiungo un’altra, di carattere più generale: stiamo assistendo ormai da anni al tentativo di disarticolazione della nostra Costituzione, nel tentativo di riscriverla sul fondamento della nuova ragione del mondo, voglio dire l’ordine neoliberale imperante. Nulla quaestio, infatti, sul fatto che la nostra Costituzione risulti in larga parte disorganica rispetto alla neoliberalizzazione integrale del mondo. Non vi è stata proposta di riforma della Costituzione, negli ultimi lustri, che non si sia spinta in questa deplorevole direzione. Ed è anche per questo motivo “conservativo” che ritengo opportuno votare No al referendum, nel tentativo di conservare il più possibile la Costituzione così com’è e, dunque, di preservarla dalla sua riscrittura in chiave neoliberale (fu anche questo, per inciso, il motivo per cui votai No al referendum sulla riforma della Costituzione del 2016).

Sono questi, in sintesi, i motivi che mi inducono a prendere la posizione che ho preso in relazione al referendum: non una posizione dogmatica o partitica, sia chiaro; al contrario, una posizione scaturente da una libera considerazione del testo e dello spirito del quesito referendario. Resto aperto al dialogo, respingendo ogni dogmatismo: sarò ben lieto di essere confutato da chi mi mostrerà dove sbaglio e perché, con la gratitudine di chi viene eventualmente liberato da un errore. Finora, tuttavia, non ho sentito un solo argomento in grado di disarticolare ciò che ho detto, stante il fatto che i fautori del Sì, come ricordavo, insistono univocamente sul guadagno della separazione delle carriere, tacendo del prezzo altissimo con cui lo si consegue. Fare un passo avanti per farne immediatamente dopo due indietro mi pare anche in questo caso un imperdonabile errore.

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A cura di Paolo Frosina
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