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Non è detto che i regimi cadano con gli attacchi esterni

In un sistema chiuso, l'obiettivo primario non è l'evoluzione, ma la sopravvivenza del potere. Il caso dell'Unione sovietica e ora dell'Iran
Non è detto che i regimi cadano con gli attacchi esterni
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di Carmelo Zaccaria

Gli economisti Daron Acemoglu e James A. Robinson hanno sostenuto in un loro famoso studio che le nazioni falliscono quando nel loro funzionamento prevalgono istituzioni estrattive, cioè quando una ristretta èlite è determinata ad “estrarre” reddito e ricchezza beneficiandosene, a scapito della maggioranza della popolazione; lo scopo principale è quello di mantenere più a lungo possibile, e con ogni mezzo, lo status quo, impedendo la diffusione di nuove energie creative che potrebbero minacciare il sistema di potere ed i suoi privilegi. Questo è quello che succede in Iran dove, da diversi anni, un’aristocrazia teocratica pervasiva e oscurantista cerca di soffocare ogni sforzo innovativo, sia tecnologico che culturale. Le nazioni gestite in maniera autocratica, con metodi repressivi, insensibili ad ogni anelito di modernizzazione, implodono a seguito dell’emergere di conflitti tra fazioni e gruppi di potere che sentono insidiata la loro influenza.

Dunque il “tiranno” cade non per una rivoluzione popolare, né per un attacco esterno, ma quando le élite interne (nel caso dell’Iran: esercito, burocrazia dei chierici, strutture paramilitari come i Guardiani della Rivoluzione) decidono che l’autorità governativa non è più utile o difendibile. Alcuni regimi, specialmente quelli più violenti, possono resistere per anni anche in condizioni disperate, ricomponendo falle, cercando di tappare i buchi prodotti dalle proteste interne e dall’isolamento. Paradossalmente di fronte ad un attacco esterno potrebbero addirittura rinsaldarsi, senza dare evidenti segni di cedimento soprattutto se hanno, come l’Iran, radici storiche profonde ed una forte e consolidata tradizione politico-amministrativa.

Il crollo dell’Unione Sovietica è l’esempio classico di come regimi autoritari percepiti come monolitici possano improvvisamente sgretolarsi, sciogliersi come neve al sole. Il collasso sovietico non fu causato da un “attacco” esterno, ma da una combinazione di crisi economica strutturale, inefficacia di riforme tardive come la Perestrojka, perdita di controllo sui paesi satellite. Ogni sistema dittatoriale sembra inscalfibile perché controlla apparati di sicurezza e media, ma è privo di legittimità popolare reale oltre a difettare di visione di un futuro condiviso che è il suo limite irrimediabile, la vera crepa invisibile che, alla fine, lo rende fragile. In un sistema chiuso, l’obiettivo primario non è l’evoluzione, ma la sopravvivenza del potere.

Il pensiero è rivolto a conservare il passato e congelare ogni goccia di cambiamento, che è vissuto come minaccia. Stati dispotici come quello iraniano sembrano monolitici, ma all’interno devono vedersela con una frattura generazionale enorme. A dispetto del copioso flusso di denaro messo a disposizione dal petrolio, dovendo mantenere un controllo globale asfissiante, il regime è costretto a investire risorse immense nella repressione, sottraendole allo sviluppo. Questo crea quel circolo vizioso in cui il Paese si impoverisce, la rabbia cresce e l’unica risposta possibile del potere è diventare ancora più reazionario.

D’altra parte non essersi saputo sottrarre alle provocazioni di Trump, la dice lunga sull’incapacità di saper elaborare soluzioni negoziali a proprio vantaggio, sapendo evitare o almeno dilatare “sine die” il ricorso più volte paventato di un intervento bellico, comunque dannoso e irreparabile. In ogni caso per accelerare un possibile collasso interno sarebbe stato più efficace rafforzare l’isolamento economico, piuttosto che intervenire con una devastante pioggia di bombe. Se manca l’abitudine al pluralismo e al confronto, se non c’è tolleranza del dissenso, in assenza di basi culturali e di indipendenza delle istituzioni il passaggio al “libero pensiero” non si costruisce dall’esterno.

Ma, come sappiamo, c’è sempre un interesse ben preciso nell’immergersi in una ennesima “guerra di civilizzazione”, crudele e sconsiderata, scarsa di motivazioni politiche e fortemente amorale come questa.

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