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La nostra destra sovranista si trova a ricevere lezioni di autonomia da un socialista: mandatela a casa!

Sono tre anni che Meloni la “sovranista” si inchina a Usa e Israele, riscrivendo le regole del diritto internazionale pro domo loro, trascinando il nostro Paese al fianco di chi è alla sbarra per genocidio
La nostra destra sovranista si trova a ricevere lezioni di autonomia da un socialista: mandatela a casa!
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di Angelo Palazzolo

Oggi al governo c’è una leader di destra che ama definirsi “donna, madre, cristiana”. Donna, ma al punto da voler essere chiamata “il presidente del Consiglio”; madre, ma senza aver adottato alcuna politica sociale degna di questo nome per le madri italiane; cristiana, ma senza alcuna traccia della compassione e dell’umanità tipiche degli autentici cristiani, come dimostrano il suo sostegno al governo israeliano durante il massacro di civili inermi in Palestina e il silenzio sulle 165 alunne iraniane uccise dai raid Usa pochi giorni fa.

Sulle contraddizioni della “donna, madre e cristiana” si sofferma in modo chiaro ed esaustivo Alessandro Di Battista, pertanto non aggiungo altro. Voglio invece soffermarmi sulla collocazione politica del nostro Presidente del Consiglio. In cosa Giorgia Meloni sarebbe una leader di “destra”?

La destra impersonata da Meloni ha tradito quella tradizione che per anni ha fatto dell’orgoglio nazionale, del senso dello Stato e della difesa dell’interesse del Paese la propria cifra. Dov’è quella destra che rivendica il senso di responsabilità, il rispetto delle regole e la coerenza nel difendere i propri principi?

Un patriota, per definizione, non si piega davanti a una potenza straniera. Difende l’autonomia, la sovranità del proprio Paese, anche quando questo significa entrare in conflitto con alleati più forti. Questo è l’immaginario che la destra ha sempre evocato, ma non c’è nulla di tutto questo nella destra di Giorgia Meloni. Basti pensare al caso del torturatore e stupratore di bambini Almasri. Rimpatriato dal nostro governo con un volo di Stato e accolto dai propri connazionali al coro di “uh uh al talian”. Che infamia, che smacco non solo per chi ha come valore la legalità, ma anche per tutti gli altri italiani, sbeffeggiati dai libici. Per non parlare di come ci trattano i nostri “alleati” Israele e Usa. I primi ci sparano addosso in Libano, sequestrano le nostre imbarcazioni in acque internazionali, fanno inginocchiare due carabinieri minacciandoli con le armi; i secondi ci vendono il gas ad un prezzo quadruplo rispetto a quanto ce lo vendevano i nostri presunti nemici russi, ci obbligano ad impegnare il 5% del nostro Pil in armi (la maggior parte delle quali saranno usate per combattere i loro nemici), irridono i nostri militari morti in Afghanistan, incuranti del fatto che i nostri militari erano lì per tirare fuori dai guai proprio gli americani.

Il servilismo di Meloni è ben iconizzato dai baci di Biden sul suo capo e dagli apprezzamenti di Trump sulla sua bellezza: non il trattamento riservato a un pari, ma la lusinga destinata a una valletta d’avanspettacolo. Sono tre anni che Meloni la “sovranista” si inchina a Usa e Israele, facendosi dettare l’agenda da loro, riscrivendo le regole del diritto internazionale pro domo loro, trascinando il nostro Paese al fianco di chi è alla sbarra per genocidio. La posizione subalterna e il servilismo umiliante dei nostri ministri, Tajani e Crosetto, hanno finito per farci trattare da Stati Uniti e Israele esattamente come ci meritiamo di essere trattati: indegni di una chiamata prima del bombardamento in Iran. Del resto, come dice il proverbio “Cu pecura si fa, u lupu sa mancia”.

Si dirà che neanche gli altri Paesi europei erano stati coinvolti nella decisione di quest’ennesima aggressione illegale, né forse informati preventivamente. D’accordo, ma nell’immediata reazione di sdegno e disaccordo di Francia e Regno Unito si intravede un moto d’orgoglio. Per non parlare della posizione assunta dalla Spagna, che ha dimostrato di infischiarsene delle minacce del bullo statunitense o del governo criminale di Netanyahu, mantenendo la schiena dritta di fronte a entrambi, una posizione che un tempo sarebbe stata consona alle destre più fiere. E invece chi guida oggi la Spagna? Pedro Sánchez, un socialista.

Per chi si riconosce nella tradizione della destra è difficile non cogliere l’ironia della storia: una destra che ha sempre fatto dell’orgoglio nazionale il proprio marchio identitario oggi si ritrova a ricevere lezioni di autonomia politica e coerenza morale dal governo più progressista d’Europa.

A chi si sente tradito da questa destra senza spina dorsale rivolgo un appello: mandateli a casa e fatevi rappresentare da chi difende davvero gli interessi dell’Italia, da chi rispetta le regole che si è dato e da chi ha il coraggio di guidare. Un Paese che si rispetti siede ai tavoli della Storia da commensale, non da cameriere.

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