L’Iran chiede l’esclusione degli Stati Uniti dallo sport. Il precedente della Russia e il doppiopesismo di Fifa e Cio
La guerra in Medioriente non risparmia lo sport. C’è l’incognita sulla partecipazione della nazionale iraniana ai prossimi Mondiali, e adesso pure dell’Iraq agli imminenti spareggi di qualificazione, viste le difficoltà negli spostamenti (dovrebbe giocare fra poche settimane in Messico contro la vincente di Bolivia-Suriname). Ma, soprattutto, ci sono i bombardamenti che fanno vittime e danni anche tra gli sportivi. Tanto che il Comitato Olimpico di Teheran ha scritto ufficialmente al Cio per denunciare la violazione della tregua olimpica e chiedere l’esclusione dalle competizioni di Stati Uniti e Israele.
La comunicazione, firmata dal segretario generale Mehdi Alinajad, è indirizzata a James MacLeod, responsabile delle relazioni con i comitati nazionali e della solidarietà olimpica. Nel documento vengono elencati gli attacchi che hanno colpito direttamente lo sport e le conseguenze sul movimento. Come il bombardamento di un palazzetto nel sud del Paese, in cui sarebbero morte 20 ragazze che si stavano allenando a pallavolo. I danni alla sede del Comitato e di numerosi impianti, come l’accademia olimpica e uno stadio. La morte di diversi funzionari, tra cui il capo della commissione etica. Per tutto ciò, l’Iran chiede alle autorità sportive internazionali di indagare e adottare misure in risposta a quella che descrive come “un’aggressione diretta” contro la comunità sportiva del Paese.
Le accuse, ovviamente, sarebbero tutte da verificare ma tanto la lettera non avrà alcun seguito. Per certi versi suona quasi come una provocazione, nemmeno del tutto infondata, però, se consideriamo che ormai persino gli alleati più fidati – come ad esempio l’Italia – riconoscono apertamente che l’attacco è avvenuto al di fuori delle regole del diritto internazionale, per usare le parole del ministro Crosetto. Carta olimpica alla mano, Stati Uniti e Israele meriterebbero una sanzione, come accaduto ad esempio nel recente passato per la Russia, seppur per situazioni diverse e non paragonabili.
Il doppiopesismo delle istituzioni sportive non fa più notizia. Come tanti altri organismi internazionali solo apparentemente super partes, anche il Cio ha spesso adottato standard differenti a seconda dei soggetti in causa. Dopo l’attacco in piena tregua olimpica (sono ancora in corso le Paralimpiadi di Milano-Cortina, a cui l’unica atleta iraniano non ha potuto partecipare), il Comitato si è limitato a pubblicare un timido comunicato, poche righe in cui si ribadisce genericamente il principio dello sport come “faro di speranza e di pace”, senza alcun riferimento a chi l’avrebbe violato. Totale silenzio sui massacri di Israele a Gaza, anzi, sono stati presi provvedimenti contro chi (in questo caso l’Indonesia) aveva escluso gli atleti israeliani (ma non è stato fatto lo stesso con i Paesi Baltici che hanno negato l’ingresso ai russi, come raccontato da un’inchiesta del Fatto). Così come gli Stati Uniti al momento non hanno fornito alcuna garanzia sul libero accesso di tifosi e persino calciatori iraniani (Trump in maniera sprezzante ha detto che “non gli interessa”), uno dei requisiti fondamentali per l’organizzazione di qualsiasi competizione internazionale.
Nessuna sorpresa. Cio e Fifa hanno posizioni così blande sulla guerra in Medioriente perché sono legati mani e piedi agli Usa. Il n.1 del pallone Gianni Infantino – è noto – dopo l’Arabia Saudita ha sposato anche gli Stati Uniti, al punto da aprire una sede a New York nella Trump Tower, per non parlare dell’imbarazzante teatrino del “premio per la pace” assegnato al presidente. Iniziative in chiara violazione della carta olimpica che avrebbero richiesto un intervento proprio del Cio, ovviamente mai avvenuto. Al Comitato Olimpico mantengono un minimo di ritegno in più, ma la sostanza non cambia. Le prossime due grandi manifestazioni, i Mondiali di calcio 2026 e le Olimpiadi estive 2028, si terranno proprio in America. Sono eventi che valgono miliardi di dollari, da cui dipende la sopravvivenza degli stessi organismi, che dunque non possono permettersi di metterli a rischio compromettendo le relazioni diplomatiche col Paese ospitante. Altro che tregua olimpica: la neutralità dello sport è solo un’illusione.