Il mondo FQ

Il grande equivoco sull’Inter: dipinta come una corazzata e poi massacrata | Commento

Viene raccontata come la "più forte" della Serie A, ma puntualmente perde gli scontri diretti: anche contro il Milan sono emersi i limiti di alcuni giocatori e i difetti di una rosa lacunosa
Il grande equivoco sull’Inter: dipinta come una corazzata e poi massacrata | Commento
Icona dei commenti Commenti

La chiamano “Marotta League” come si chiamano le malattie immaginarie. Da anni una parte del dibattito calcistico racconta l’Inter come una specie di potenza occulta. Poi però arriva la realtà, che è più triviale e molto meno epica: l’Inter lo scudetto dominato lo ha vinto nel 2023-24 con un vantaggio enorme, 19 punti, cioè quando era semplicemente più continua delle altre. Gli altri due campionati giocati punto a punto li ha invece lasciati per strada, nel 2021-22 contro il Milan e nel 2024-25 contro il Napoli. Una dittatura singolare: talmente tanto dominante da perdere tutti i testa a testa.

Prendete il derby di ieri, vinto 1-0 dal Milan. Al netto delle questioni arbitrali, l’ennesima dimostrazione delle lacune della rosa dell’Inter: il blocco italiano, con Barella in testa, si scopre ancora una volta fragile e impaurito di fronte alle pressioni (dalla Norvegia al Bodo Glimt, succede puntualmente anche in Nazionale). Dimarco, che qualcuno definisce il terzino sinistro più forte al mondo, ha sbagliato un gol clamoroso. Bastoni si è infortunato facendo fallo. A centrocampo non c’è chi sa essere decisivo, vedasi anche l’altra rete divorata da Mkhitaryan. E manca pure un filtro degno di questo nome, che nasconda i limiti difensivi, in primis di Luis Henrique. Non c’erano Lautaro, Calhanoglu e Thuram: i primi tre marcatori nerazzurri. Le speranze di Chivu di pareggiare la partita erano affidate a tre ragazzini: Esposito, Bonny e il subentrante Sucic.

Perché la vera Marotta League, semmai, non sta nei fischi arbitrali: sta nei titoli, nei talk, nei pezzi encomiastici che da anni recitano la stessa preghiera laica. L’Inter è sempre “la squadra più forte”, “la rosa più completa”, “la corazzata”, “la favorita naturale”. E così il lavoro del presidente Marotta viene celebrato come se a Milano fossero sbarcati Pjanic, Higuain e Dybala, come accadeva ai tempi della Juventus. Allora i bianconeri per dominare compravano il miglior centrocampista dalla Roma, il miglior attaccante dal Napoli e il miglior talento del campionato. Questa Inter, prima in classifica con 67 punti dopo 27 partite, è costruita anche con scarti e esuberi di altre società. I soliti parametri zero, un modello che alla lunga mostra i suoi limiti. Infatti l’età media è tra le più alte della Serie A, 27,7 anni, dietro soltanto a Napoli e Lazio. Non esattamente il ritratto di una macchina perfetta e futuribile.

Il paradosso è tutto qui: si gonfia l’Inter per mesi e poi la si macella al primo inciampo. Si racconta che abbia la rosa migliore, salvo stupirsi quando perde gli scontri diretti, cioè proprio le partite in cui la qualità individuale conta più del sistema. In nessuna sessione di mercato Marotta è riuscito a sopperire alla mancanza atavica di un giocatore capace di saltare l’uomo, come di un filtro a centrocampo. Quest’estate si parlava di Lookman e Konè, sono arrivati Luis Henrique e Diouf. In realtà l’Inter ha costruito negli anni una forza collettiva molto riconoscibile, prima con Conte e poi con Inzaghi, fatta di struttura, automatismi, catene, occupazione feroce delle corsie. Ma questo non significa avere una rosa dominante in senso assoluto. Significa, più modestamente, avere allenatori che hanno alzato il rendimento oltre il valore reale del materiale a disposizione.

Anche per questo le due finali di Champions raggiunte in tre stagioni — 1-0 col Manchester City nel 2023 e 5-0 dal Paris Saint-Germain nel 2025 — stanno a metà tra l’impresa tecnica e il miracolo agonistico. Sono il manifesto di una squadra capace di superarsi, non la certificazione di una superiorità strutturale. Il problema è che in Italia si fa spesso il contrario: si scambiano i risultati ottenuti contro pronostico per prova della forza della rosa, invece che della bravura di chi l’ha tenuta in piedi. E così acquisti mediocri diventano colpi geniali finché conviene, i flop spariscono sotto il tappeto e il gruppo viene caricato di aspettative sproporzionate, salvo poi essere preso a randellate quando la realtà presenta il conto.

Quelli che dicevano che l’Inter andava rivoluzionata questa estate ora sono gli stessi che la definiscono fortissima, ma poi la bastonano accusandola di essere bollita e presuntuosa. Eppure anche nel testa a testa perso con il Napoli pochi mesi fa i nerazzurri avevano mostrato gli stessi difetti. Soprattutto nei singoli: da Barella a Thuram, molti calciatori sono stati esaltati per buone stagioni, nonostante i loro limiti. Sarebbe più onesto fare il contrario: riconoscere che questo gruppo, con tutti i suoi problemi di età, personalità e profondità, da anni lotta sempre per qualcosa. E che lo fa non grazie al mercato, ma malgrado il mercato. L’ecosistema mediatico oggi vende l’Inter come una superpotenza e poi la processa brutalmente. Senza però mai evidenziare gli errori commessi dalla società. Quella è intoccabile.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione