Dalla promessa di nozze al rimprovero del papà: gli slogan grotteschi della campagna per il Sì al referendum
Alla faccia di Cesare Beccaria, uno dei padri dell’Illuminismo italiano, il cui volto figura nel logo dell’Unione delle Camere Penali, l’Ucpi, con scritte in bella evidenza le parole “libertà, legalità, giustizia”. Ebbene ora il volto dell’autore del libro Dei delitti e delle pene, che ogni studente di giurisprudenza deve mandare a memoria, viene mescolato a un paio di manifesti lanciati dalle Camere Penali comparsi addirittura, in formato gigante, sul retro degli autobus. Uno peggio dell’altro. Ilfattoquotidiano.it li pubblica per documentare come la “guerra” del Sì sulla separazione delle carriere possa giungere a livelli incommentabili. Evidentemente spaventati dai sondaggi che continuano a dare il No in vantaggio, gli avvocati italiani ricorrono a tutto. Anche a una propaganda che stupisce per la sua genericità, nonché, nel caso del manifesto con il bambino, lasciano esterrefatti per l’improprio paragone tra un padre che rimprovera il figlio e l’inesistente (a detta dei penalisti) giustizia disciplinare del Csm.

Ecco il manifesto, fotografato a Roma, che giganteggia dietro un pullman. Guardiamolo. Si commenta da solo. Dovrebbe propagandare il Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Ma cosa c’entra il giovane uomo con in mano un astuccio al cui interno figura la bilancia della giustizia che viene mostrata a una ragazza pronta a dire “Oddio, non so che dire”, mentre lui replica secco “dì di Sì e basta”? Davvero gli avvocati italiani pensano che si possa ridurre a questo la campagna sulla legge costituzionale di Carlo Nordio e Giorgia Meloni? I cittadini italiani devono dire “Sì, e basta”? Sorprende che il post si concluda con un’altra frase: “Vuoi una giustizia finalmente giusta? Sì. Sicuramente”. Cesare Beccaria si sta rivoltando nella tomba.

Va ancora peggio con il secondo manifesto. Quello del padre con suo figlio. Dice il bambino “non è giusto che ogni volta che sbaglio becco una punizione”. Il padre, con l’aria severa, replica: “Questa casa non è il Csm, chiaro?“. Sotto la scritta “la giustizia si fa responsabile”. Con quel Sì in rosso, tanto per colpire chi guarda il manifesto. Le Camere Penali hanno duramente protestato, come tutto il centrodestra, contro i manifesti dell’Anm comparsi anche alla stazione centrale di Milano dove giganteggiava la scritta “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?“. Accanto una ragazza sorreggeva un cartello con un “No”. L’immagine esprimeva esattamente il mood della grandissima maggioranza delle toghe italiane. Qui invece le due pubblicità stradali del comitato Camere Penali per il Sì puntano solo su quel Sì, senza che vi sia alcun collegamento logico, né una corrispondenza, tra quello che raccontano le immagini e il contenuto della riforma della giustizia. Per non parlare della semplificazione fuor di misura nel paragonare il Csm a una casa in cui si rimprovera un figlio. C’è da augurarsi che quel bimbo non esita e sia solo frutto di un’invenzione dell’intelligenza artificiale.
In entrambi i manifesti figura l’hashtag #lepiùbellefrasidiOsho, al secolo Federico Palmaroli, che sulla sua pagina Facebook ripropone il manifesto con il giovane che dice alla ragazza “Dimmi di Sì”. Con l’obiettivo di aumentare i propri like e i propri Sì, si può ridurre così la battaglia sulla giustizia? Di fronte a un caso del genere bisogna dire di No.