Le guerre Usa di ‘liberazione delle donne’ hanno portato reclusione, sottomissione e morte. L’ultima in Iran
Quando il 7 ottobre 2001 iniziarono i bombardamenti sull’Afghanistan, le nostre televisioni raccontavano una storia semplice e moralmente inequivocabile: le bombe americane avrebbero liberato le donne afgane dal burqa. L’iconografia era potente: la donna oppressa dai talebani, silenziosa e fantasma, contrapposta alla soldatessa occidentale, armata e libera, venuta a portarle la democrazia con il fucile. Vent’anni dopo il bilancio di quella promessa è impietoso. Le guerre lanciate dall’America dopo l’11 settembre non solo non hanno liberato le donne, ma hanno riplasmato il mondo in modo profondo e perverso, peggiorando la condizione femminile su più fronti: da Kabul a Baghdad, da Minab a Gaza, da Damasco alle valli del Waziristan, fino a Washington stessa. E oggi, nel 2026, mentre scrivo, abbiamo l’ennesima prova di questo fallimento: i corpi di 168 bambine, strappate alla loro scuola elementare nel sud dell’Iran, e quelli di migliaia di donne e bambine sepolte sotto le macerie in tutta la regione, dal Mediterraneo all’Asia.
La prima, tragica beffa è stata l’uso della retorica dei “diritti delle donne” come lubrificante per la macchina da guerra. L’amministrazione Bush aveva bisogno di vendere all’opinione pubblica occidentale, scettica e stanca di guerre lontane, un conflitto che odorava di petrolio e vendetta. Ecco allora l’invenzione di un nuovo femminismo imperiale. La figura della soldatessa statunitense, inviata in missione di pace, divenne il simbolo di una presunta superiorità morale dell’Occidente. La sua presenza, ci raccontarono i generali, serviva a “vincere i cuori e le menti” della popolazione locale. Le Female Engagement Teams (FET) vennero dispiegate con il compito apparentemente nobile di parlare alle donne afgane e irachene, di entrare nelle loro case, di conquistare la loro fiducia. Ma era una fiducia tradita in partenza. L’intimità conquistata serviva a raccogliere informazioni, a mappare i villaggi per i successivi bombardamenti “cinetici”. La cura era parte integrante della violenza, non la sua antitesi. Il corpo della donna occidentale, un tempo simbolo di pace, veniva militarizzato per diventare un’arma più subdola e letale.
Ma se quella era la propaganda, la realtà sul campo per le donne dei paesi invasi è stata una catastrofe annunciata. Prendiamo l’Iraq. Prima dell’invasione del 2003, le donne irachene godevano di diritti che non avevano eguali nella regione: accesso all’istruzione universitaria, partecipazione al mondo del lavoro, libertà di movimento. La guerra doveva “liberarle” da Saddam Hussein. In realtà, le ha rispedite indietro di decenni. Oggi, a distanza di oltre vent’anni, la violenza contro le donne continua in forme nuove e ancora più inquietanti. Il 2 marzo 2026, Yanar Mohammed, 66 anni, attivista e co-fondatrice dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq, è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco davanti alla sua casa a Baghdad da uomini su una moto. Non è stato un incidente. È stato un assassinio mirato, l’ennesimo in un paese dove le attiviste che hanno guidato le proteste del 2019 vengono sistematicamente eliminate. E mentre il governo promette indagini, l’impunità regna sovrana.
Il caso dell’Afghanistan è la sconfitta più clamorosa e cinica. Vent’anni di presenza occidentale e miliardi di dollari spesi per costruire uno stato fantoccio sono evaporati in pochi giorni nell’agosto del 2021, restituendo il paese ai talebani. Oggi, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo dove vige un sistema di apartheid di genere. Le donne sono state cancellate dalla vita pubblica: non possono studiare oltre la prima elementare, non possono lavorare nella stragrande maggioranza dei settori, non possono andare ai parchi, in palestra, o parlare ad alta voce in pubblico. Il 75% delle donne afghane intervistate da UN Women descrive la propria salute mentale come “povera o molto povera”. E mentre l’Occidente si gira dall’altra parte, i paesi vicini come Pakistan e Iran espellono centinaia di migliaia di profughi afghani, rigettandoli in questo inferno.
Poi c’è la Siria. Quattordici anni di guerra hanno avuto un impatto sproporzionato su donne e ragazze, che hanno subito violenze sessuali e di genere e sono state private dei diritti economici, sociali e politici, inclusi quelli di proprietà ed eredità. Oggi, nel 2026, mentre il paese tenta una fragile transizione dopo la caduta del regime di Assad, la situazione rimane disperata. Dall’inizio di gennaio 2026, i combattimenti in corso ad Aleppo e nel Nord-Est della Siria hanno causato lo sfollamento di circa 173.000 persone. Quasi un milione di persone necessita di assistenza umanitaria urgente, tra cui circa 225.000 donne in età riproduttiva, di cui 13.500 sono incinte. Le strutture sanitarie sono danneggiate o sospese, e l’accesso ai servizi essenziali per la salute sessuale e riproduttiva è gravemente compromesso. I rischi di violenza di genere sono aumentati in modo esponenziale, specialmente nei rifugi improvvisati e sovraffollati, privi di privacy e illuminazione. Le donne e le ragazze costituiscono il 91% della popolazione sfollata. E mentre la comunità internazionale parla di “transizione inclusiva” e di “partecipazione delle donne”, la realtà è fatta di campi profughi, violenze e mancanza di assistenza sanitaria.
E che dire di Gaza? Qui la tragedia ha raggiunto livelli inimmaginabili. Secondo Sarah Hendriks, direttrice di UN Women, “le donne e le ragazze a Gaza stanno vivendo una delle realtà umanitarie più devastanti del mondo, dove la sopravvivenza stessa è diventata una lotta quotidiana”. 676 milioni di donne e ragazze vivono entro 50 chilometri da zone di conflitto in Medio Oriente, dove la giustizia è negata. La percentuale di donne vittime di violenza sessuale legata ai conflitti è salita all’87% negli ultimi due anni. E mentre Gaza brucia, l’intera regione è sul punto di esplodere. L’analista egiziano Talaat Taha ha avvertito che lo scontro attuale rischia di trasformarsi in una guerra totale e in un vasto conflitto regionale. L’Iran ha risposto agli attacchi su tutti i fronti. Il cosiddetto “asse della resistenza” iraniano è stato “polverizzato”, e al suo posto abbiamo un insieme di “stati falliti”.
Ed è in questo quadro di devastazione regionale che si inserisce la strage di Minab. Mentre le forze statunitensi e israeliane conducono la loro campagna contro l’Iran, un missile di precisione – uno di quelli che “non colpiscono mai obiettivi civili”, come ci tiene a precisare il Segretario alla Difesa Pete Hegseth – ha centrato in pieno la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh nella città di Minab. Erano le dieci di mattina di sabato, e le bambine erano in classe. L’edificio di due piani, con i suoi murales colorati di pastelli e bambini, è stato squarciato. Il bilancio provvisorio è di 168 bambine uccise, tra i 7 e i 12 anni.
Le indagini visive condotte da testate internazionali raccontano una verità scomoda. Le immagini satellitari mostrano che la scuola, sebbene un tempo facesse parte di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione, era stata separata da mura e trasformata in un edificio scolastico a tutti gli effetti almeno dal 2016, con tanto di campi da gioco e colori pastello. Eppure, il missile l’ha colpita con precisione. E mentre il Pentagono apre un’investigazione, le scuse e le precisazioni tecniche non riporteranno in vita le piccole vittime.
E se spostiamo lo sguardo verso est, in Pakistan, il quadro non cambia. Nelle aree tribali e in Belucistan, la “guerra al terrore” ha armato e legittimato decenni di violenza statale. Tra il 2007 e il 2017, più di 1.100 scuole femminili sono state distrutte dai talebani pakistani. La storia di Malala Yousafzai non è un’eccezione: è il simbolo di una guerra culturale che ha reso l’istruzione femminile un campo di battaglia.
La retorica usata dall’amministrazione americana è la stessa di vent’anni fa, ma suona ancora più vuota. “Gli Stati Uniti non prenderebbero mai deliberatamente di mira una scuola”, ripetono. Eppure, i siti civili continuano a essere colpiti. In Iran, in Iraq, in Siria, a Gaza, in Pakistan. E a pagarne il prezzo sono sempre loro: le donne e le bambine. Non è solo una questione di “danni collaterali”. È la logica conseguenza di un modo di fare guerra che considera la vita delle donne – afgane, irachene, iraniane, siriane, palestinesi, pakistane – come sacrificabile sull’altare di interessi strategici e geopolitici. È la stessa logica che in Afghanistan ha prima usato la scolarizzazione femminile come bandiera per giustificare l’invasione, e poi ha abbandonato quelle stesse ragazze ai talebani quando non servivano più.
E non si pensi che questa deriva abbia risparmiato il fronte interno americano. Anzi, è forse qui che il paradosso si fa più stridente. Per sostenere lo sforzo bellico, l’esercito americano ha dovuto aprire le sue porte a donne e persone LGBTQ+. Nel 2015, le donne hanno potuto finalmente ricoprire tutti i ruoli, compresi i reparti d’assalto. Un passo avanti formale, ci raccontano i liberal. Ma come spiega la studiosa Katharine Millar, questa inclusione è stata in realtà una trappola. Non ha scalfito il cuore maschilista e guerriero della cittadinanza americana. Al contrario, ha allargato il bacino di chi può essere sacrificato sull’altare del martirio patriottico, rafforzando l’idea che il “buon cittadino” sia comunque colui che imbraccia il fucile. L’identità militare, con i suoi valori di forza, violenza legittima e gerarchia, è rimasta intatta. Le donne sono state integrate, ma a patto di diventare come gli uomini, di tacere sulle violenze subite all’interno delle caserme, di non disturbare il mancato funzionamento del patriarcato.
La prova definitiva di questo fallimento è arrivata con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025. La sua amministrazione ha smantellato in pochi mesi tutto l’armamentario retorico costruito in decenni: l’ufficio per le questioni femminili globali alla Casa Bianca è stato chiuso, il programma “Donne, Pace e Sicurezza” cancellato dal Pentagono con un post sui social. La destra americana ha messo fine alla farsa, dichiarando apertamente che la liberazione delle donne non è mai stata un interesse nazionale.
Ed ecco il bilancio dell’11 settembre. Le guerre egemoniche venduteci come guerre per liberare le donne oppresse da regimi non democratici si sono concluse con la loro reclusione, sottomissione o strumentalizzazione. Hanno creato un deserto in Afghanistan e un inferno settario in Iraq. Hanno trasformato una scuola elementare in Iran in un obitorio, una striscia di terra a Gaza in un cimitero a cielo aperto, e un villaggio in Pakistan in una fossa comune. Hanno insegnato alla destra globale che i diritti delle donne sono solo una bandiera da sventolare in tempo di guerra e da bruciare in tempo di pace. E hanno mostrato alle donne occidentali che l’unico modo per essere accettate nel tempio del potere è quello di indossare un’uniforme e tacere o di essere una bambola. O, forse, di non essere mai nate femmine in un luogo dove passa la prossima guerra “umanitaria”.