“Spostare i detenuti in 41-bis in Sardegna è una violazione dei diritti umani”, la garante dei detenuti contro il piano Delmastro
“Spostare i detenuti in 41-bis in Sardegna è una violazione dei diritti umani”. Secondo Irene Testa, garante per i detenuti della Regione, l’attuazione del piano annunciato dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro “rischia di aggravare una situazione già al collasso”. Se il progetto del governo venisse attuato, le persone in 41-bis nelle carceri sarde salirebbero a 240. Un terzo del totale nazionale. “Oltre allo spazio manca tutto, dal personale ai medicinali”, ha spiegato Testa a Ilfattoquotidiano.it. “Il ministro Nordio sostiene che possiamo contenere ancora un altro centinaio di carcerati: sì, se li mettiamo nei sottoscala o li ammassiamo nelle celle il posto si trova sempre. Ma significa privarli dei loro diritti”.
Secondo il piano ministeriale, saranno tre gli istituti carcerari dedicati al 41-bis nell’isola: Bancali (Sassari), Badu ‘e Carros (Nuoro) e Uta (Cagliari). “Tutte carceri già in seria difficoltà”, sottolinea Testa. “Il carcere di Uta ha il più alto tasso di sovraffollamento della regione: 747 detenuti con 550 posti regolamentari. ‘Bancali’, oltre al sovraffollamento, ha problemi strutturali: infiltrazioni, muri scrostati, muffa. In alcune celle non ci sono nemmeno i termosifoni. Pioveva sui tavoli e ho dovuto fare un esposto alla Procura”. In tutti gli istituti, poi, c’è carenza di personale penitenziario e sanitario, con un agente ogni tre detenuti. Un altro problema riguarderebbe il diritto alla territorialità degli altri carcerati: la detenzione dovrebbe avvenire in un istituto vicino al proprio ambiente familiare e sociale, per facilitare il reinserimento sociale, i rapporti affettivi e il diritto alla difesa. Ma è possibile che molti reclusi comuni vengano spostati proprio per fare spazio ai nuovi arrivati.
La legge istitutiva del 41-bis del 1992 specifica che i detenuti “ad alta pericolosità” devono stare dentro istituti “a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari” o comunque in “sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria”. Ed è proprio quel riferimento all’insularità che negli anni ha contribuito al sovraccarico: “Corriamo il rischio di diventare l’isola del turismo penitenziario. I problemi non si possono risolvere scaricandoli tutti su questa terra, peraltro spesso dimenticata: le carceri sarde sono come isole nell’isola, meno visitate di altre e più difficili da raggiungere. E così tutti i suoi carcerati scontano una doppia pena”.
La Regione, sotto la guida della presidente Alessandra Todde, ha già iniziato a mobilitarsi contro il trasferimento. Il 28 febbraio, in una manifestazione a Cagliari, i consiglieri regionali hanno annunciato un’iniziativa parlamentare per modificare proprio il riferimento all’insularità. Insieme a loro sono scese in piazza circa 1.500 persone, per protestare contro “l’ennesima servitù, questa volta penitenziaria” e il timore di infiltrazioni mafiose. E per ribadire “quanto sarebbero gravi le conseguenze anche sul sistema sanitario regionale”. “Non ci sono medici né infermieri a sufficienza, e ogni giorno arrivano lettere di dimissioni a causa dei turni massacranti”, spiega la garante. Inoltre, per ogni detenuto che deve essere accompagnato in ospedale o a una visita, occorrono 7 agenti di scorta: “Impossibile con la carenza di personale sardo”. Non solo. “A volte, oltre agli addetti, mancano persino i farmaci e ci si trova costretti a farli portare dai familiari, rallentando le cure”.
A questo si aggiunge anche il disagio psicologico. Sia dei carcerati, sia del personale. “L’80 per cento dei reclusi dell’isola usa psicofarmaci e ci sono tantissimi casi psichiatrici e persone tossicodipendenti nelle sezioni. In alcuni istituti c’è un solo psichiatra per l’intera struttura”, riferisce Testa. “Gli agenti di Polizia penitenziaria, soprattutto i più giovani, sono disperati per la mole di lavoro: hanno anche questo carico, nonostante non spetti a loro”. Una carenza che riguarda anche il territorio: “Non ci sono comunità per gestire questi casi. Nelle carceri si custodisce, si nasconde e si punisce il disagio. E il compito di rieducare e reinserire socialmente resta un miraggio”.