Il biologo Marco Ferrari: “Smettiamola di romanticizzare il racconto delle piante: non sono animali e non sono buone”
“Immaginiamo una foto di una foresta, con un piccolo animale, un cervo, in lontananza. Ebbene, se chiediamo a qualcuno cosa vede con ogni probabilità risponderà ‘un cervo’, non la foresta intorno. Ma non possiamo, nel tentativo lodevole di contrastare la cecità verso le piante (plant blindness) cercare di far diventare la foresta simile a cervo. Dovremmo invece imparare a vedere la foresta per quel che è”. Marco Ferrari, biologo e divulgatore scientifico, è autore del libro Le piante non sono animali verdi (Bollati Boringhieri). Un saggio in cui passa al vaglio della critica le tesi, molto diffuse negli ultimi anni, per cui le piante ci assomiglierebbero. Sarebbero cioè creature intelligenti, in qualche modo coscienti, ma anche altruiste e solidali.
Perché è le proprietà delle piante sono molto diverse da quelle degli animali?
Mano mano che ho cominciato a raccogliere materiale sull’intelligenza delle piante, lo faccio da molti anni, mi insospettiva fatto che le piante venissero viste semplicemente come animali, con proprietà cioè simili ma con una percentuale di raffinatezza enormemente inferiore. Studiando, ho scoperto che le piante sono decisamente diverse da noi, perché hanno avuto un percorso evolutivo molto differente che risale a miliardi di anni fa. Insomma, noi ci siamo separati dagli organismi che fanno la fotosintesi almeno un paio di miliardi di anni fa e forse di più. Loro hanno preso una via, noi un’altra. Creano il cibo da sole, con la luce, l’anidride carbonica e l’acqua e costruiscono in autonomia i loro zuccheri. Noi abbiamo bisogno di andare a prendere il cibo dalle piante: fondamentalmente, siamo dei parassiti perché senza le piante l’energia che viene dal sole non potrebbe entrare nel nostro pianeta e in tutti gli ecosistemi terrestri. Insomma, le piante hanno una autonomia assolutamente completa. Questo fa sì che abbiano inventato strategie di sopravvivenza che sono totalmente diverse da quelle degli animali.
Ad esempio?
Ad esempio le piante sono ferme, non si muovono. Per loro è inutile andare a inseguire la luce del sole perché la luce è ovunque; lo stesso avviene per l’acqua. Inoltre le piante sono modulari, nel senso che un pezzo di pianta è sempre una pianta che sopravvive, mentre un pezzo di animale è tale, e non sopravvive da solo. La modularità porta anche a un’estrema autonomia di ogni pezzettino del vegetale. Nelle piante i comandi sono diffusi, il modo di catturare la luce è diffuso, la distribuzione del cibo è diffusa. Invece la ricerca del cibo negli animali ha bisogno dei sensi, che nel corso di miliardi di evoluzione si sono concentrati nella parte anteriore del corpo – pensiamo agli occhi, all’udito, all’olfatto – con un processo che si chiama “encefalizzazione”. Le piante non ce l’hanno; non perché siano inferiori, ma perché non ne hanno bisogno, perché hanno avuto tutto un altro modo di sopravvivere, hanno tutta un’altra storia. Le piante non sono antropomorfe, né tantomeno animali “diminuiti”. Non possiamo combattere il cosiddetto “plant blindness”, cioè il fatto che noi le piante non le vediamo, dando loro caratteristiche animali.
Secondo una certa visione, le piante sono anche libere, altruiste e socievoli. Questa visione è funzionale alla loro protezione o no?
Secondo me questa visione creerà problemi a lungo andare: quando si scoprirà che questa fascinazione per le piante come animali verdi non è proprio corrispondente alla realtà si comincerà a pensare di tornare a guardare le piante come sfondo. Invece le piante devono essere viste, secondo me, come degli alieni catapultati sulla terra – anche se gli alieni saremmo noi, visto che siamo arrivati dopo le piante – insomma qualcosa di diverso da noi e quindi anche più interessante.
Ma le piante cooperano davvero?
Alcune ricerche hanno sostenuto che molte piante utilizzano i milioni di chilometri dei filamenti dei funghi per trasmettere sostanze nutritive ad altre che magari in quel momento ne hanno bisogno. Questo altruismo sembra diventato una specie di paradigma assoluto, ma l’altruismo è un problema per la natura per tante ragioni. Quella fondamentale è che un ecosistema in cui tutti sono altruisti sarebbe sottoposto all’azione dei parassiti, che nel giro di pochissimo tempo conquisterebbero l’intera foresta. La cooperazione è sì importante ma come ci ha insegnato Darwin lo è anche la competizione.
Quindi le piante sono anche un po’ le uno contro le altre?
No, questo non vuole dire che le piante siano cattive come gli uomini; la competizione è solo un modo non tanto di combattere, ma per arrivare prima, per riuscire ad accaparrarsi un po’ di cibo ed energia. La teoria dell’evoluzione ci dice che non è possibile avere solo cooperazione all’interno di un ecosistema, è una visione riduttiva. La foresta del “volemose bene” è consolatoria e affascinante ma le cose non avvengono così a mio parere. È molto più interessante sostituire una narrativa dell’altruismo totale, che dopo un po’ diventa probabilmente noiosa, a una in cui cooperazione e competizione si bilanciano e dove tutto è più complesso e quindi e anche accattivante. Bisogna conoscere la natura per proteggerla bene e proteggerla per quella che è.
In conclusione, di che tipo di divulgazione scientifica sulle piante avremmo bisogno?
Non ci serve una divulgazione fredda, ma emotivamente completa, in cui si racconti, magari con metafore e analogie, come la vita delle piante e della natura non sia per forza qualcosa di pacificante e rassicurante e basta. Trovo non solo più tecnicamente corretto, ma anche emotivamente più affascinante raccontare il conflitto, parlando della natura come qualcosa di più complesso e sfaccettato, in cui ci sono diverse spinte, in cui c’è contrasto, in cui ci sono angoli. È una visione più vicina alla realtà e anche appunto più affascinante di quella che immagina il mondo vegetale come una realtà pacificata e tranquilla.